Quando a Cagliari l’amore era fatto di sguardi: “su fastigiu” dai balconi della città
C'era una volta "su fastigiu". Quell'amore iniziato con sguardi dal balcone alla strada e viceversa.
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C’era una volta in cui in Sardegna si faceva all’amore con gli sguardi. Tempi lontanissimi, in cui l’approccio con l’altro sesso avveniva in maniera più lunga e “articolata”, ma certamente non meno profonda. Del resto, quanti matrimoni sono nati così, da una semplice occhiata, e per di più arrivati sino a oggi.
A Cagliari e in generale nella Sardegna del sud s’amòri de ogu era una pratica molto comune, prima del fidanzamento vero e proprio. Un incrocio di rapide occhiate, castiàdas furtive durante le passeggiate, spesso e volentieri difficili da notare per tutti, fuorché i due interessati.
È Il rito tradizionale del corteggiamento, preludio di quello che, nelle rosee aspettative dei due, sarebbe stato il fidanzamento vero e proprio. A Cagliari si chiamava su fastìgiu: la fanciulla stava al balcone e dalla strada il giovane poteva ammirarla. Le su, lui per strada, il viso rivolto verso l’alto.
Spesso il giovane appoggiava le spalle al muro del palazzo dirimpettaio, magari dandosi un’aria di orgoglio e soddisfazione. Discorsi? Non troppo “sul sentimento”, dal momento in cui, vista la distanza e la conseguente necessità di alzare la voce, qualcuno avrebbe potuto sentire. E a Cagliari, si sa, i vicini possono non essere troppo discreti.
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Chi è in Sardegna “s’accozzau”?

Non è una figura mitologica, né un operaio che fatica più degli altri, è una persona ben precisa. Andiamo a scoprirla.
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Chi è in Sardegna “s’accozzau”?
Non è una figura mitologica, né un operaio che fatica più degli altri, è una persona ben precisa. Andiamo a scoprirla.
In Sardegna c’è s’accozzau, colui che ottiene sempre qualcosa prima degli altri e nel modo migliore. Un privilegiato.
S’accozzau, il superpotere sardo di arrivare sempre prima. Chi è in Sardegna s’accozzau è una domanda che merita una risposta seria solo in apparenza, perché non si tratta di una figura mitologica né di un operaio che fatica più degli altri, ma di una figura ben precisa, radicata nell’immaginario collettivo isolano e perfettamente riconoscibile da chiunque abbia vissuto almeno una volta la vita quotidiana sarda. In Sardegna c’è s’accozzau, colui che ottiene sempre qualcosa prima degli altri e nel modo migliore, una presenza costante e puntuale, capace di comparire quando c’è un posto da assegnare, un favore da ottenere o una fila da accorciare.
Accozzato è voce del verbo accozzare, come ricorda il vocabolario Treccani, che indica il mettere insieme in modo disordinato persone o cose, accozzare uomini e donne di età diversa, non riuscire ad accozzare le idee, accozzare le carte mettendo insieme quelle dello stesso seme, oppure, nella forma transitiva e riflessiva, incontrarsi, imbattersi, riunirsi insieme, detto di persone o cose; una definizione apparentemente innocua che, una volta sbarcata in Sardegna, ha subito una trasformazione semantica degna di nota.
Nell’isola infatti il verbo accozzare è diventato sinonimo perfetto della parola italiana raccomandare, assumendo un significato molto più pratico e molto meno poetico, tanto che dire che qualcuno è accozzato non ha mai un’accezione neutra, anzi. E così s’accozzau è colui che ottiene un lavoro prima di persone che gli stavano davanti per meriti, che riceve gratifiche e regali, o che semplicemente salta una fila con la naturalezza di chi sembra capitato lì per caso, ma in realtà è sempre capitato nel posto giusto al momento giusto.
Una figura che suscita ironia, sospetto e inevitabili commenti a bassa voce, perché in Sardegna tutti sanno cos’è s’accozzau, tutti lo riconoscono quando lo vedono e tutti, almeno una volta, si sono chiesti se conoscono qualche accozzato, magari scoprendo che non è poi così lontano come si pensava.
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