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Perché l’Isola di Mal di Ventre si chiama così?
Mal di Ventre, il nome inquieto di un’isola straordinaria. Perché l’Isola di Mal di Ventre si chiama così?
È una domanda che accompagna da sempre uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi della Sardegna, perché sulla costa centro-occidentale della Sardegna c’è un’isola disabitata e a protezione speciale, il nome non promette bene per via del mare spesso agitato, ma la sua natura e i suoi paesaggi sono un’oasi incantevole, un luogo unico, capace di sorprendere chiunque riesca a raggiungerla. In origine era Malu Entu, oggi è Mal di Ventre; forse un’errata traduzione o interpretazione, ma il significato resta profondamente legato agli elementi naturali.
Il nome le fu attribuito per i persistenti venti, maestrale su tutti, che rendono spesso pericolosa la navigazione dalle sue parti; eppure, resti di un nuraghe, altri ruderi e pozze per la raccolta di acque dimostrano che l’isola fu abitata, segno di una presenza umana capace di adattarsi anche a condizioni difficili. Raggiungibile dai porti del golfo di Oristano, dista cinque miglia da Capo Mannu e fa parte dell’area marina della penisola del Sinis, nel territorio di Cabras, in cui rientra anche il vicino scoglio Catalano; un contesto ambientale di altissimo valore naturalistico. Mal di Ventre è una distesa granitica pianeggiante, lunga due chilometri e mezzo e larga massimo uno; nel punto più alto, appena 20 metri, sorge il faro che la domina, riferimento solitario in mezzo al mare. Il ‘tavolato’ di 85 ettari, coperto da steppa arida con sprazzi di macchia mediterranea, è popolato da conigli e tartarughe terrestri; si narra della presenza di foche monache, mentre l’isola è un passaggio strategico dove vari uccelli nidificano: il falco della regina, marangone dal ciuffo, berte e gabbiani.
La costa occidentale è un’aspra scogliera: spiccano Cala Maestra e Cala Ponente; il versante orientale è guarnito di incantevoli cale con spiaggette di sabbia o di chicchi di quarzo, come Cala Valdaro, molto simile a Mari Ermi, che sta di fronte, una delle tre splendide ‘perle’ gemelle del Sinis, insieme a Is Arutas e Maimoni. Da non perdere sull’isola, anche Punta Libeccio e cala dei Pastori; i fondali sono ideali per le immersioni, habitat di crostacei (astici e aragoste), molluschi e un’infinità di pesci: barracuda, cernie, corvine, orate, saraghi; spesso appaiono i delfini, e non a caso, il sito è di interesse comunitario e zona a tutela speciale.
L’imprevedibilità del mare ha prodotto nelle profondità vicine un cimitero di relitti: navi romane, spagnole, del XX secolo e tante barche; nei Denti di Libeccio, a occidente, a 27 metri di profondità, una scoperta strabiliante: un relitto romano di 36 metri affondato tra 80 e 50 a.C. con duemila lingotti di piombo. A Cala dei Pastori c’è il relitto di un vaporetto, mentre a nord, nelle Formiche di Maestrale, ecco il Joyce, mercantile cagliaritano affondato nel 1973, a completare il racconto di un’isola che deve il suo nome a un mare difficile, ma la sua fama a una bellezza senza tempo.