Speciale Calciomercato: Cagliari tra romanticismo e follie
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Il Carnevale in Sardegna non è una festa unica, ma un mosaico di tradizioni che iniziano dal linguaggio. Pronunciare il nome di questa ricorrenza significa, infatti, tracciare una mappa geografica e culturale dell’Isola: a seconda della zona in cui ci si trova, la festa muta volto e nome, passando dalle solenni maschere di legno alle sfilate allegoriche più moderne.
Le espressioni più autentiche e arcaiche sono Carrasegare e Segarepetza. La prima, dominante nel sardo centrale e settentrionale, e la seconda, tipica delle varietà meridionali più interne, condividono un’etimologia legata al rito del “tagliare la carne”. Questi termini richiamano un passato in cui la festa rappresentava l’ultimo momento di abbondanza alimentare prima del rigore quaresimale, un periodo di rottura dei tabù dove il sacrificio e il banchetto si fondevano in un unico rito collettivo.
Spostandosi verso i centri urbani e le pianure, il linguaggio riflette le contaminazioni storiche dell’Isola. Nel Campidano moderno è comune sentire la parola Crannovali, un adattamento che fonde il sardo con l’italiano “Carnevale” e lo spagnolo “Carnaval”, testimoniando i secoli di influenze mediterranee che hanno plasmato il dialetto delle zone costiere. In Gallura, invece, risuona Carrasçali, un termine che svela le radici corse e centro-italiane di questo angolo di Sardegna, mantenendo una sonorità distinta e peculiare.
Un caso a sé stante è rappresentato dal capoluogo. A Cagliari, la figura centrale è Canciofali, il re del Carnevale destinato al rogo finale. Il nome, intriso della tipica ironia casteddaia, deriva direttamente da canciofa, ovvero carciofo. Un omaggio scherzoso a uno dei simboli dell’agricoltura locale che trasforma il re della festa in una maschera vegetale e satirica, perfetta per incarnare lo spirito dissacrante della città.