“Is currentis”. Le previsioni meteo dell’antica civiltà contadina di Ulassai
“Is currentis”. Le previsioni meteo dell’antica civiltà contadina di Ulassai
“Is currentis”. Le previsioni meteo dell’antica civiltà contadina di Ulassai
Questa pratica per prevedere il tempo veniva chiamata ad Ulassai "is currèntis", ed era molto usata dai contadini proprio per prevedere il meteo a cui erano strettamente legati i lavori agricoli: ecco come funzionava
Singolare ed interessante la pratica arcaica di prevedere l’andamento delle stagioni dell’intero anno solare dall’analisi climatica e meteorologica del mese di Settembre. Pratica, diffusa anche in altre zone d’Italia ma particolarmente in Sardegna, veniva chiamata ad Ulassai “is currèntis”, ed era molto usata dai contadini proprio per prevedere l’andamento del tempo, spesso capriccioso, a cui erano strettamente legati i lavori agricoli e l’intera vita contadina.
Si partiva dall’analisi del tempo del primo di Settembre prevedendo una sua coincidenza meteorologica con tutti i suoi giorni successivi. In pratica se il primo Settembre faceva bel tempo si poteva presumere, con sufficiente margine di sicurezza, che altrettanto si sarebbe verificato durante l’intero mese di Settembre. Se il secondo giorno di Settembre pioveva, allora avrebbe piovuto per tutto il mese di Ottobre; se il terzo giorno faceva vento allora sarebbe stato il mese di Novembre ad essere caratterizzato da forti venti. E via di seguito fino ad arrivare al 12 Settembre, giorno di corrispondenza climatica con il mese di Agosto. A questo punto si effettuava una autentica inversione di marcia e, dopo aver ripetuto per due volte la coincidenza col mese di Agosto (12 e 13 Settembre), le previsioni del tempo riprendevano, questa volta al contrario, operando una nuova serie di corrispondenze meteorologiche speculari tra il 14 Settembre ed il mese di Luglio, tra il 15 ed il mese di Giugno, tra il 16 ed il mese di Maggio e via-via fino al 24 Settembre che “marcàda” nuovamente per il mese di Settembre.
Il secondo turno di corrispondenza climatica (quello quindi dal 14 al 24 Settembre) era considerato il più preciso in termini di affidabilità delle previsioni meteorologiche ed a questo bisognava dare più credito in caso di non esatta coincidenza tra il primo ed il secondo turno di previsione.
Pur avanzando delle comprensibili cautele sulla effettiva efficacia e scientificità di tali previsioni riteniamo che, quanto meno in termini scaramantici e di ilusione consapevole, l’analisi de “is currentis” servisse ai contadini quale sorta di placebo per voler credere di estendere il proprio controllo sul tempo e, di rimando, sull’andamento dei raccolti da cui dipendeva, non di rado, la propria sopravvivenza.
(FOTO) La vestizione dei Mamuthones e degli Issohadores: il nostro martedì grasso con l’Associazione Atzeni a Mamoiada
Poche parole, sguardi concentrati, movimenti misurati. La vestizione dei Mamuthones e degli Issohadores non è uno spettacolo: è un rito che si consuma lontano dal clamore
Martedì Grasso, porte chiuse. Noi di Vistanet abbiamo avuto il privilegio di trascorrere il pomeriggio nella sede dell’Associazione Culturale Atzeni, nel cuore di Mamoiada, mentre fuori il paese attendeva la sfilata. Dentro, invece, il tempo sembrava rallentare. Poche parole, sguardi concentrati, movimenti misurati. La vestizione dei Mamuthones e degli Issohadores non è uno spettacolo: è un rito che si consuma lontano dal clamore, tra uomini che si preparano a diventare simbolo.
Prima ancora che iniziasse la vestizione, molti dettagli ci sono stati raccontati dal presidente dell’Associazione Atzeni Enzo Gregu, disponibile e appassionato nel descrivere non solo i passaggi del rito ma soprattutto i valori che animano i soci e i componenti del direttivo. Ci ha parlato di rispetto, di senso di appartenenza, di responsabilità verso la comunità e verso chi verrà dopo. “Essere Mamuthone o Issohadore non significa soltanto indossare un costume,” ci ha detto, “ma rappresentare Mamoiada, custodire un’eredità culturale e trasmetterla con coerenza e disciplina. Va detto che i Mamuthones e gli Issohadores viaggiano sempre in modo parallelo: non esiste l’uno senza l’altro. Spesso la seconda figura viene messa meno in rilievo, ma l’importanza è identica e il loro legame è fondamentale.”
Nella sala si avverte subito il peso – non solo metaforico – della tradizione. I velluti scuri, le pelli nere di pecora, le cinghie allineate con cura sul pavimento. Le sei file di campanacci sono disposte in ordine, dalla più grande alla più piccola: è già l’immagine di sa carriga che tra poco verrà caricata sulle spalle dei Mamuthones. Ogni gesto è preciso, ripetuto come è stato insegnato, senza fretta ma senza esitazioni. Nessuno si veste da solo. Servono braccia, esperienza, complicità. Quando la pelle viene sistemata sulle spalle e i campanacci vengono fissati, si percepisce la trasformazione: l’uomo si irrigidisce sotto il peso che può arrivare a 25 chili, ma lo sguardo resta fermo.
Poi arriva il momento più solenne: la posa della famosa maschera nera di legno sul viso. Sa visera viene appoggiata al volto, stretta con le cinghie di cuoio, incorniciata da su muccadore. Sopra, su bonette. In quell’istante il volto scompare. Davanti a noi non c’è più una persona, ma il Mamuthone. Il silenzio si fa ancora più denso.
Accanto, gli Issohadores si preparano con abiti più leggeri: pantaloni bianchi, corpetto rosso, berritta e l’ormai celebre ( e bellissimo) scialle ricamato. Sistemano sos sonajolos a tracolla e arrotolano con cura sa soha, la fune che poco dopo volerà sulla folla in segno di buon auspicio. Anche qui nessuna teatralità, solo concentrazione.
“Il Gruppo Atzeni custodisce questa tradizione dagli anni Cinquanta. Poi, nel 1975 Costantino Atzeni, considerato da tutti il Mamuthone per eccellenza, diede vita con alcuni amici al gruppo Atzeni di Mamuthones e Issohadores. Dopo la sua scomparsa, il gruppo è stato intitolato a Peppino Beccoi e nel 1994 è stata costituita l’Associazione Culturale Atzeni che conosciamo oggi. La cosa che ci tengo a puntualizzare è che nel nostro caso gli Issohadores non indossano la maschera, come aveva documentato del rersto Raffaello Marchi negli anni Cinquanta. Da allora ci impegniamo non solo a conservare le tradizioni e far conoscere i Mamuthones e gli Issohadores, ma anche a promuovere il patrimonio culturale di Mamoiada attraverso pubblicazioni, libri, ricerche e manifestazioni locali e internazionali. Il nostro lavoro è valorizzare e trasmettere ogni aspetto delle tradizioni e della cultura del paese, creando un legame tra passato e futuro. Il progetto più importante in questo momento è sistemare al meglio la sede grazie all’impegno dei soci e di chi supporta questa realtà”.
Quando tutto è pronto, usciamo con loro. L’aria di Mamoiada è carica di attesa. È Martedì Grasso, uno dei momenti più intensi del Carnevale. I Mamuthones e gli Issohadores si dispongono in due file parallele, perfettamente allineate. Davanti, al centro, c’è su guidadore. Alza le mani, controlla che tutti siano pronti. Un attimo sospeso. Poi si parte.
Il primo salto “a intro”, il secondo “a foras”. Il suono dei campanacci rompe il silenzio e rimbalza tra le case del paese. È un suono profondo, ancestrale, che vibra nello stomaco prima ancora che nelle orecchie. Gli Issohadores si muovono più leggeri, lanciano sa soha tra la folla, catturano simbolicamente donne e ragazze tra sorrisi e applausi. I Mamuthones, invece, restano concentrati, seguono ogni segnale del capo guida. Arriva sa doppia: tre salti sul posto, le due file che si guardano, poi ancora movimento fino al gesto finale che chiude il rito. Poche volte ci è capitato di osservare una tale concentrazione tra il pubblico presente, avvinto e quasi ipnotizzato dalle movenze e dai suoni.
Noi di Vistanet abbiamo osservato tutto da vicino, a pochi passi dai loro respiri affannati sotto le maschere, dal sudore che scorre sotto il velluto, dal peso che grava sulle spalle. E abbiamo capito che la vestizione dei Mamuthones e degli Issohadores non è solo preparazione alla sfilata: è il momento in cui una comunità rinnova sé stessa. Dentro quella sede, lontano dagli obiettivi e dal pubblico, prende forma ogni anno un patrimonio che appartiene a tutta la Sardegna, ma che a Mamoiada continua a vivere con orgoglio, disciplina e devozione. Siamo profondamente grati a tutta l’Associazione Atzeni e al presidente Enzo Gregu per averci permesso di vivere questa esperienza indimenticabile e preziosa, un’occasione che custodiremo nel cuore come testimoni privilegiati di un rito unico.
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