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L’anatema dei flutti: il destino eterno della nave saracena imprigionata nella roccia di Tortolì.
La leggenda della nave pietrificata nella Marina di Tortolì.
L’immaginario popolare della Sardegna, isola da sempre esposta alle tempeste del Mediterraneo e alle brame dei conquistatori, ha saputo trasformare le cicatrici della storia in una trama fitta di miti indissolubili; tra questi, le numerose incursioni saracene che hanno tormentato le coste sarde rimangono ancora oggi legate a delle leggende capaci di fondere il sacro con il profano.
Un esempio magistrale di tale intreccio si ritrova proprio nella marina di Tortolì, dove il paesaggio costiero è dominato dalla presenza di una particolare roccia brulla, liscia e scura, la quale si erge maestosa a protezione dell’insenatura di San Gemiliano; questa formazione geologica, che appare a forma di guisa di nave disalberata, è nota nella tradizione locale come “Sa Nai Ammarmurada”, sebbene oggi sia comunemente denominata “Sa Perda de S’Aquila”.
Secondo un’antica leggenda tortoliese risalente alla fine del 1800, la cui eco risuona fin tra le pagine della prestigiosa Raccolta di tradizioni sarde stampata a Cagliari nel 1873, in origine lo scoglio non era altro che una nave saracena giunta nel litorale con scopi bellicosi. Il resoconto storico dell’epoca, che riporta la leggenda con il titolo emblematico de “La nave impietrita”, narra che la nave corsara entrò in un violento conflitto con un naviglio locale, culminato in un atto di brutale tracotanza; i pirati, dopo aver fatto incursione nell’imbarcazione nemica, ne saccheggiarono tutto ciò che era in essa presente, spingendosi però verso un gesto che avrebbe segnato la loro condanna definitiva.
Mossi da un grande disprezzo e da una totale noncuranza verso il sentimento religioso dell’isola, i predoni ridussero in piccoli pezzi una cassa e il suo prezioso contenuto, ovvero una statua della Madonna; tuttavia, la punizione divina non tardò a manifestarsi poiché, nello stesso istante del sacrilegio, la nave si tramutò improvvisamente in uno scoglio. Il contrasto visivo e spirituale descritto dal mito è potente: mentre la piccola imbarcazione locale, dopo aver faticosamente ripresa a bordo la statua, si allontanava velocemente verso la salvezza, la nave corsara rimaneva immobile, ormai tramutata in uno scoglio e così condannata inesorabilmente a infrangere per sempre i flutti del mare, monito eterno scolpito nella pietra contro l’arroganza di chi viola la terra sarda.