Pucci cuereladu pro is ofesas de su mese de argiolas contra a is fonnesos
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Negli ultimi dieci giorni il paesaggio sonoro e produttivo delle campagne sarde ha subito una trasformazione drastica. Secondo i dati raccolti dal Centro Studi Agricoli, le attività di addestramento aereo della Nato nei cieli dell’isola sono aumentate del 70 per cento, scatenando un’ondata di segnalazioni formali da parte degli allevatori di pecore, capre e bovini. Le aree più colpite sono quelle di Marina di Arbus, Sant’Antonio di Santadi e Pistis, territori storicamente gravati dalla servitù militare che oggi si trovano a fare i conti con sorvoli continui e manovre a bassa quota.
L’impatto di queste operazioni, che simulano battaglie aeree con rumori assordanti anche in orari notturni, si riflette direttamente sulla salute del bestiame e sull’economia delle aziende zootecniche. Gli animali, sottoposti a uno stress acustico e visivo senza precedenti, manifestano segni di disorientamento e alterazioni nel comportamento riproduttivo. Il dato più allarmante riguarda però la produzione: molti pastori segnalano un calo immediato della resa del latte che raggiunge punte del 20 per cento in meno rispetto alla norma.
Il Centro Studi Agricoli sottolinea come questo non sia un disagio astratto, ma un danno economico quotidiano e misurabile. L’associazione punta il dito contro un sistema che scarica i costi della difesa nazionale esclusivamente su chi lavora la terra, senza prevedere tutele o ristori adeguati. Per questo motivo, è stata avanzata una piattaforma di richieste urgenti che include la revisione immediata delle fasce orarie e delle quote di volo, oltre a una valutazione scientifica dello stress animale come causa tecnica di perdita produttiva.
Una delle rivendicazioni principali riguarda il sistema degli indennizzi. L’associazione chiede che i risarcimenti non vengano erogati solo ai Comuni in forma indiretta, ma che raggiungano direttamente gli allevatori che subiscono il crollo del reddito. La Sardegna ha già dato troppo in termini di servitù militari, spiegano i rappresentanti del Centro, e non può continuare a pagare con il latte che manca e il silenzio delle istituzioni.
In assenza di risposte rapide, il Centro Studi Agricoli si è detto pronto a formalizzare le denunce presso gli enti competenti, sia a livello regionale che nazionale, per sostenere ogni iniziativa utile alla tutela dei lavoratori delle campagne. La posizione è netta: il settore agropastorale non può essere considerato l’ultima ruota del carro rispetto alle esigenze militari.