Coppa Italia Eccellenza. Il Taloro spazza via la Ferrini di Giordano.
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La Sardegna è scesa in piazza per urlare il proprio sdegno contro una sanità pubblica che non cura più. Davanti al palazzo del Consiglio Regionale, una marea umana composta da associazioni, sindacati, cittadini e centinaia di sindaci con la fascia tricolore ha dato vita a un sit-in drammatico, convocato dal Coordinamento dei comitati per la salute pubblica. Una mobilitazione che non chiede miracoli, ma la restituzione della dignità minima garantita dalla Costituzione.
Le cifre esposte durante la manifestazione delineano un quadro da medicina di guerra. Nell’Isola mancano all’appello oltre 500 medici di medicina generale, lasciando circa 450.000 cittadini senza assistenza primaria. Il vuoto tocca anche i più piccoli, con una carenza di oltre 50 pediatri di libera scelta.
La crisi non risparmia gli ospedali: i presidi provinciali di primo livello chiudono o riducono l’attività, i Pronto Soccorso sono allo stremo e le strutture di eccellenza, caricate di emergenze complesse, viaggiano costantemente in affanno.
Il dato più allarmante riguarda l’impatto sociale della crisi: le liste d’attesa interminabili stanno spingendo chi può verso il privato e chi non ha risorse verso la rinuncia definitiva. 20% dei sardi (oltre 320.000 persone) ha smesso di curarsi per impossibilità economica o logistica. Aumenta esponenzialmente la migrazione sanitaria verso la Penisola, anche per patologie trattabili nell’Isola.
Tra i momenti più toccanti della protesta, la comparsa di passeggini vuoti lasciati sull’asfalto dai manifestanti. Un’immagine cruda, accompagnata da cartelli lapidari: «Volete vedere il futuro? Eccolo». È il monito dei paesi dell’interno, dove la chiusura dei presidi sta accelerando lo spopolamento e condannando intere comunità all’isolamento sanitario. I sindaci, schierati in prima fila, hanno denunciato come la desertificazione dei servizi stia trasformando un malore improvviso in una condanna a morte per chi vive lontano dai grandi centri.
Il messaggio inviato alle istituzioni è chiaro: la pazienza è finita. La piazza di Cagliari ha dimostrato che il dissenso non è più solo una questione burocratica, ma una battaglia per la sopravvivenza. La politica è chiamata a rispondere a un popolo che non accetta più di considerare la salute come un lusso, ma che reclama una sanità vicina, efficiente e, soprattutto, pubblica. La lotta del Coordinamento non si fermerà oggi: la difesa della dignità del popolo sardo continuerà finché il diritto alla cura non tornerà a essere una realtà per tutti, da Cagliari fino al borgo più isolato.