Aprire un cassetto nella casa dei genitori è un’operazione pericolosa. È come scoperchiare non un vaso, ma un baule di Pandora che, al posto dei mali del mondo, sprigiona però un’ondata di nostalgia dolce e stordente. Succede tutto in quella cameretta rimasta ferma nel tempo: è il tempio dei pomeriggi passati con le cuffie del walkman a studiare (o far finta di farlo), dei pianti per il primo amore, delle sigarette nascoste e dei diari scarabocchiati con i pennarelli Uni Posca.
Eravamo la generazione della pazienza. Quella che aspettava l’uscita dei giornali e dei magazine per avere una notizia, che imparava le canzoni a memoria storpiando l’inglese perché Google non esisteva e qualunque ricerca era frutto di dizionario, olio di gomito e sudate carte, che viveva in simbiosi con quel telefono fisso in corridoio, unico cordone ombelicale con il mondo esterno.

Per gentile concessione di un filantropo cagliaritano
Proprio lì, tra una penna profumata e una vecchia schedina del Totocalcio, eccolo spuntare: un cartoncino colorato con una scritta che è un marchio di fabbrica: LA NUIT. Negli anni ’90, se dicevi movida a Cagliari, dicevi via Newton. Per entrare dovevi avere tassativamente la tessera AICS, lasciapassare unico e solo dei locali cagliaritani di quegli anni: non averla equivaleva a non esistere. L’invito ritrovato, però, non è uno qualunque. È il cimelio di una serata particolare: il Siotto Party. Un evento che metteva a ferro e fuoco la rivalità storica tra i licei classici della città, il Siotto e il Dettori, in una sfida perenne a chi fosse più severo e più modaiolo.
Leggendo bene l’invito, l’occhio cade sul concorso della serata: “Vota il pisciotto”. Ecco, forse adesso andrebbe aperta una parentesi anche linguistica oltre che scomodare sessismo, lotta al patriarcato, femminismo e chi più ne ha, più ne metta, ma abbandoniamoci ai ricordi. Oggi un titolo simile scatenerebbe bufere social, denunce e gogne mediatiche. Ma negli anni ’90, il termine apparteneva a un folklore cagliaritano schietto e privo di filtri. Era il concorso di bellezza del liceo, la sfida per eleggere la “più bella” della scuola, celebrata in un clima di leggerezza totale, ben lontano dal politically correct che sarebbe arrivato anni dopo.
Il tutto sotto lo sguardo dei famigerati DJ JKF e Floreale, che aprivano le danze con le note soft grunge di Wonderwall degli Oasis o con il rap di Gangsta’s Paradise, per poi far esplodere la pista tra una birretta e un Angelo Azzurro, sì proprio lui, quel cocktail color azzurro puffo, chimico e letale, che oggi farebbe inorridire qualunque bartender.
L’invito cartaceo non era solo un pezzo di carta: era il cuore pulsante del marketing notturno. Prima dell’era digitale, i PR erano i sacerdoti della notte, distribuendo questi “trofei” fuori dalle scuole, nei bar o nei negozi di dischi. Avere l’invito significava garantirsi la riduzione, ma soprattutto sancire l’appartenenza a una comunità.
Oggi, guardando quel cartoncino, non ci resta che sorridere e ricordare quei momenti in cui tutto era ancora possibile, lo sguardo andava lontano, non filtrato dallo schermo di uno smartphone e il vento profumava solo di salsedine a futuro, non di allerta meteo e infiltrazioni nei muri.
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