L’eco di pietra: il Portico Romero e la scomparsa memoria medievale di Villanova.
Cagliari conserva, incastonate nella memoria collettiva, le tracce di una configurazione urbana che il progresso del Novecento ha progressivamente cancellato, trasformando il volto del quartiere di Villanova in un palinsesto dove le antiche fortificazioni medievali hanno ceduto il passo all’espansione moderna.
Proprio come i vicini quartieri di Castello, Stampace e Marina, anche Villanova vantava un tempo una propria cinta muraria, un sistema difensivo imponente e articolato che oggi sopravvive soltanto nelle cronache storiche e in quella toponomastica urbana che ancora tenta di preservarne il ricordo, come accade nel caso emblematico di via Portico Romero, strada intitolata all’ingresso monumentale di cui resta, ormai, soltanto l’eco di pietra. La parabola del Portico Romero, l’ultimo dei varchi a essere demolito, si concluse drammaticamente nel 1963, quando la struttura, già segnata da un fatiscente stato di conservazione e da una colpevole negligenza nella manutenzione, venne abbattuta per lasciarsi alle spalle un’epoca che non si è saputo tutelare.
Edificato originariamente dai Pisani nella seconda metà del 1200 con la denominazione di portico di Nostra Signora del Rimedio, il manufatto rappresentava uno dei tre pilastri d’accesso che regolavano l’ingresso nel nucleo storico di Villanova, affiancandosi alla perduta Porta dei Calderai, situata lungo l’attuale via Sulis, e alla Porta Cavagna, nota anche come Cabanyas o Cavagnas, che si stagliava solenne davanti alla chiesa di San Cesello, nell’odierna via San Giovanni. L’intera cinta muraria, che un tempo delimitava il perimetro del quartiere con le sue caratteristiche merlature, si estendeva per circa 940 metri, tracciando un percorso architettonico che prendeva avvio dall’altezza dell’odierna scuola di Santa Caterina per poi snodarsi lungo l’attuale via Garibaldi, aggirando con la sua mole il convento di San Domenico e giungendo infine a ricongiungersi con la base del costone del colle di Castello, in prossimità della Porta di San Pancrazio.
La fragilità di questo apparato difensivo divenne palese già a partire dal 1849, anno in cui una parte significativa delle mura medievali che tracciavano il confine tra le moderne via Garibaldi e via San Domenico fu sacrificata per consentire l’edificazione di un palazzo di concezione più moderna, segnando il primo atto di una progressiva erosione che, nel corso dei decenni successivi, avrebbe finito per cancellare definitivamente le vestigia medievali di un quartiere che ancora oggi, nelle pieghe della sua toponomastica, cerca di non dimenticare le proprie radici più antiche.
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