Una metropoli solitamente frenetica e scintillante si è risvegliata spettrale, svuotata e ferita. Dubai sta vivendo ore di angoscia senza precedenti a seguito degli attacchi missilistici legati al conflitto tra l’Iran e l’asse formato da Stati Uniti e Israele. Testimone diretto di questa notte di terrore è l’olbiese Giorgio Barone, noto personal chef, che dal mese di gennaio si trova negli Emirati Arabi Uniti per motivi professionali.
Il racconto che giunge dalla città è quello di una situazione inverosimile. La notte è stata segnata da boati continui e vibrazioni così forti da far tremare le pareti e i vetri delle abitazioni. Il panico ha spinto molte persone a cercare rifugio nei garage o a dormire direttamente in strada, nel timore che droni e missili potessero colpire i grandi edifici residenziali. Nonostante gli sforzi delle autorità locali per mantenere la sicurezza, il senso di vulnerabilità è palpabile: la popolazione ha scelto l’autoisolamento, lasciando le strade deserte.
Le infrastrutture strategiche sono finite nel mirino. Barone riferisce di attacchi che avrebbero coinvolto l’area aeroportuale, rendendo di fatto impossibile ogni partenza immediata verso l’Europa. Di fronte al blocco dei voli e alla chiusura dello spazio aereo in diversi paesi della regione, come Iraq e Iran, molti cittadini stranieri stanno tentando la fuga via terra. Numerose auto si sono messe in marcia verso l’Arabia Saudita con l’obiettivo di raggiungere Riad e da lì sperare in un imbarco per l’Italia, anche se l’effettiva fattibilità di questo percorso rimane incerta.
Sullo sfondo delle testimonianze che arrivano dagli Emirati, si stagliano ancora le colonne di fumo che si alzano da alcuni edifici colpiti. Sebbene i servizi essenziali risultino al momento regolari e le autorità emiratine garantiscano una presenza costante sul territorio, la tensione resta altissima. Tutti gli sguardi sono ora rivolti alla Farnesina: i cittadini italiani bloccati a Dubai attendono direttive ufficiali per capire se e quando sarà possibile organizzare un rimpatrio sicuro, mentre l’intera area rimane in attesa di capire se l’escalation militare subirà un nuovo e ancora più violento incremento.
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