Taxi in protesta nella via Roma, la rabbia dei lavoratori sotto al palazzo regionale
Questa mattina un lungo corteo partito dall'aeroporto di Elmas e diretto al palazzo del consiglio regionale.
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Auto in corteo e via Roma bloccata, a Cagliari la protesta dei tassisti sotto il palazzo della Regione. Al centro, il ddl del governo Draghi sulle liberalizzazioni e il rischio di deregolamentazione del settore. Dalle 8 alle 22 lo sciopero indetto dalle sigle sindacali.
Questa mattina un lungo corteo partito dall’aeroporto di Elmas e diretto al palazzo del consiglio regionale.
Una delegazione è stata ricevuta dal presidente dell’Assemblea sarda, Michele Pais, dai capigruppo e dall’assessore regionale ai Trasporti Giorgio Todde.
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Lo storico medico condotto di Muravera compie 100 anni: il dottor Efisio Manunza, “angelo custode” del paese

Dalle nascite in casa all’orecchio ricucito nella notte: il racconto del medico che per quarant’anni è stato il punto di riferimento del Sarrabus senza mai chiedere un compenso.
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Cent’anni compiuti oggi, con la lucidità di chi non ha mai smesso di osservare il mondo. Efisio Manunza, per 40 anni medico condotto a Muravera, parla con un’energia insospettabile data l’età. Misura le parole, ma quando comincia a raccontare la sua vita la memoria corre veloce. È nato a Stampace, nel cuore popolare di Cagliari, «in una casa che oggi non esiste più, al posto della quale c’è una scalinata che porta verso l’Ospedale Civile. La mia infanzia è tutta lì, in quelle strade», racconta.
La passione per la medicina arriva presto, in una Cagliari che fatica a rialzarsi dopo la tragedia della guerra. «Mi sono laureato nel luglio del 1955 – ricorda Manunza –. Ero interno in clinica medica già dal secondo anno, lavoravo come volontario. L’idea era quella di specializzarmi». Poi l’imprevisto, che diventa destino: «Cercavano medici giovani disposti ad andare nei paesi. A me dissero: vai a Muravera per quindici giorni, una sostituzione. Era il 1956. Sono partito pensando di tornare subito».
Muravera, però, non fu solo un passaggio. «Quando arrivai, l’ospedale non c’era proprio. C’era il medico, punto. Se succedeva qualcosa, dovevi essere pronto a tutto». I primi pazienti erano i coltivatori diretti della Cassa Mutua. «A Muravera, San Vito e Villaputzu si viveva di agricoltura. Mi dissero: “Resti ancora un po’”. Ho detto di sì. E sono rimasto quarant’anni».
I primi tempi furono duri. «Per due anni ho vissuto in albergo. Metà di quello che guadagnavo se ne andava per pagare vitto e alloggio». Poi arriva il matrimonio con Maria Teresa: «Eravamo fidanzati da sette anni. Quando ho potuto comprare la camera da letto, la cucina e la sala da pranzo, ci siamo sposati. Abbiamo vissuto insieme sessantasei anni, fino a quando non mi ha lasciato a causa di una brutta malattia».
L’ambulatorio era sotto casa, in via Roma. «La mattina stavo lì dalle otto fino alle due. Poi uscivo per le visite domiciliari». Una medicina che non conosceva orologi: «Se c’era una febbre alta, tornavo il giorno dopo e quello dopo ancora, finché il malato non guariva». In un’epoca senza specialisti o ambulanze, i parti avvenivano in casa: «Ho fatto nascere tantissimi bambini, anche i miei figli. Allora era la norma. Ma se capitava una complicanza, come una placenta che non si staccava, bisognava intervenire d’urgenza o la donna moriva dissanguata. Bisognava agire senza indugiare».
Accanto a lui, sempre la moglie Maria Teresa. «Mi aiutava in ambulatorio. Quando non c’era l’ospedale e arrivavano i feriti di qualche incidente, lei scendeva, metteva il camice e faceva da infermiera. A volte dava vestiti puliti ai pazienti o li invitava a mangiare».
Proprio in una di quelle notti accadde un episodio incredibile: «Portarono una donna vittima di un incidente stradale a Castiadas. Aveva sangue sul viso e mi accorsi che le mancava un orecchio. Dissi: “Proviamo a cercarlo”». Qualcuno tornò con il padiglione auricolare raccolto sull’asfalto. «L’ho lavato e tenuto in soluzione fisiologica. Quando ha ripreso colore, ho pensato si potesse tentare. Avevo un ago sottile, adatto a quel lavoro. L’ho ricucito punto per punto mentre mia moglie mi teneva fermo il padiglione. Tempo dopo, il marito mi disse che un luminare in ospedale, vedendo il lavoro, chiese stupito chi lo avesse fatto. Alla risposta “un medico di campagna”, gli fece i complimenti».
Manunza racconta tutto senza vanto: «Ho fatto quello che dovevo. Non ho mai pensato fosse speciale». Come non considera speciale non aver mai chiesto denaro: «In quarant’anni non mi sono mai fatto pagare dai turisti. Una volta un signore tedesco lasciò dei marchi: li conservo ancora. Non era per i soldi che facevo il medico».
Andato in pensione a settant’anni, è tornato stabilmente a Cagliari senza mai spezzare il legame con il Sarrabus. La sua eredità vive nei figli: Antonello è medico, Cristina farmacista, Alessandra insegnante e il nipote Alessandro è anch’egli medico.
Oggi Efisio Manunza legge e segue l’attualità, preferendo la tranquillità alla confusione. «Se tornassi indietro, rifarei tutto allo stesso modo», confessa. Il sindaco di Muravera, Salvatore Piu, anch’egli medico, gli rende omaggio: «Efisio Manunza rappresenta una parte fondamentale della storia civile e umana del nostro paese. È stato un punto di riferimento assoluto in anni in cui non esistevano strutture. Da medico, so cosa significhi decidere da soli in emergenza. Lo ha fatto con rigore e umanità straordinaria. A nome di tutta Muravera: auguri per i suoi 100 anni».
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