Accadde oggi. 13 gennaio 2012: la Costa Concordia naufraga al Giglio. Il racconto di una superstite cagliaritana
Un incidente costato la vita a 32 persone. Sette italiani fra le vittime, fra le quali un uomo di Portoscuso. Il ricordo di una passeggera cagliaritana, salvata in extremis da due uomini dei quali non ha mai conosciuto l’identità.
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Accadde oggi. 13 gennaio 2012: la Costa Concordia naufraga al Giglio. Il racconto di una superstite cagliaritana.
Costa Concordia, la notte che cambiò tutto: il naufragio del Giglio e la memoria di una superstite cagliaritana.
Accadde oggi, 13 gennaio 2012, una data che ha segnato per sempre la cronaca italiana e la coscienza collettiva del Paese, quando la Costa Concordia naufragò davanti all’Isola del Giglio trasformando una crociera nel Mediterraneo in una delle più gravi tragedie marittime della storia recente. Un evento improvviso e devastante che spezzò trentadue vite, lasciando un segno profondo e indelebile non solo nelle famiglie delle vittime, ma anche nel cuore e nella memoria di chi riuscì a sopravvivere a quella notte di paura, caos e disperazione. Tra le persone che persero la vita vi furono sette italiani, compreso un uomo originario di Portoscuso, morto in circostanze drammatiche, simbolo di una tragedia che colpì duramente anche la Sardegna. Il naufragio della Costa Concordia non è rimasto impresso soltanto per le immagini della nave inclinata e per la complessità delle operazioni di soccorso, ma anche per le testimonianze di chi riuscì a salvarsi, racconti che negli anni hanno continuato a restituire il peso umano di quella tragedia. Tra queste voci c’è quella di una passeggera cagliaritana, una superstite che ancora oggi ricorda in modo vivido e doloroso quei momenti segnati dal terrore, dalla confusione e dalla sensazione di essere a un passo dalla fine. La sua salvezza arrivò all’ultimo istante, quando due uomini le tesero una mano mentre tutto sembrava ormai perduto, un gesto decisivo che le permise di sopravvivere e che ancora oggi rappresenta per lei una miscela di riconoscenza profonda e di mistero irrisolto, perché non ha mai saputo chi fossero i suoi soccorritori. In mezzo a una tragedia che ha lasciato ferite difficili da rimarginare, quell’atto di altruismo rimane una luce isolata ma potente, un frammento di umanità emerso in una vicenda segnata dal dolore, dalla perdita e dallo smarrimento. A distanza di anni, il naufragio della Costa Concordia continua a essere ricordato come una pagina nera della storia recente, un monito sulla fragilità della vita e sull’importanza della responsabilità, ma anche come il racconto di uomini e donne comuni che, nel momento più buio, riuscirono a compiere gesti capaci di salvare vite e di restare impressi per sempre nella memoria di chi li ha ricevuti.
«Provo tanta tristezza quando ripenso a quel giorno. Penso sempre che se avessero fatto calare le scialuppe subito, quando noi passeggeri chiedevamo di scendere, forse non ci sarebbero stati tutti quei morti».
Queste le prime parole della cagliaritana Mirella, una dei 989 passeggeri italiani presenti a bordo della Costa Concordia quel 13 gennaio 2012, in un’intervista rilasciata a Vistanet sei anni fa. Prime parole che vanno a chi in quel disastro non è riuscito a salvarsi. Fra questi Giovanni Masia, 86 anni, di Portoscuso, perso di vista dal figlio al momento di salire sulla scialuppa e ritrovato dai sommozzatori due giorni dopo senza vita.
Il 13 gennaio 2012 la nave da crociera Costa Concordia aveva fatto sosta a Civitavecchia e si stava dirigendo verso Savona. Aveva lasciato da poco più di 24 ore il porto di Cagliari, dove Mirella si era imbarcata con un gruppo di amici per quello che sarebbe dovuto essere un viaggio di riposo dopo un periodo di lavoro intenso. «Era la prima crociera che facevo – precisa Mirella – la Concordia era una nave bellissima, lussuosa, elegante, arredata in modo impeccabile».
«Era il secondo giorno di crociera per noi, io ero un po’ stanca e quella sera avevo voglia di starmene in cabina a riposare. Un’amica, invece, mi pregò di cenare con tutti loro perché voleva festeggiare il compleanno del marito». Mirella decise allora di salire al ristorante che stava al quarto piano mentre la sua cabina era al primo.
«Erano le 21:20 quando facevo ingresso nella sala – racconta – ho preso posto a tavola e dopo poco il cameriere si avvicinò per prendere la comanda. Ho indossato gli occhiali da lettura e preso in mano il menù. In quell’istante si sentì un colpo disumano. Tremò tutto. Io mi tenni al tavolo e pensai subito che fosse successo qualcosa di serio. Mi venne in mente la tragedia del Titanic e le mie amiche, meno spaventate di me, cercarono invano di rassicurarmi».
Con la paura di non sapere cosa stesse accadendo e il sangue freddo di chi non vuole perdere la calma, Mirella indossò il giubbotto di salvataggio e si levò le scarpe con il tacco, parte della mise elegante scelta apposta per la cena. Erano tutti in attesa di notizie, ma nessuno dell’equipaggio era in grado di dire cosa fosse davvero successo. C’era chi parlava di un semplice guasto elettrico ma Mirella, non convinta e molto preoccupata, decise di telefonare al cognato che stava a Cagliari.
«Ho cercato di spiegargli la situazione, pregandolo di chiamare subito la Capitaneria di porto di Cagliari. E così fece: a Cagliari, gli dissero che nessuno li aveva informati di un incidente ma gli assicurarono che si sarebbero informati. Provò allora a chiamare altre Capitanerie, fra cui Livorno, e proprio lì sapevano che nella Concordia c’era un guasto elettrico in corso».
Nel frattempo la nave si stava inclinando e Mirella e tanti altri passeggeri aspettavano sul ponte le indicazioni dell’equipaggio. Da quel ponte per di più si vedeva solo il mare, perché la terraferma era sul lato opposto e tutti quindi erano convinti di stare in mezzo al mare. I ricordi sparsi nella mente riportano Mirella a quei momenti, quando era tanta la confusione e iniziava a crescere la paura per la tragedia che prendeva forma. «Ricordo di aver visto un padre con la bambina, due delle vittime italiane, che cercava di ritornare in cabina per prendere le medicine della figlia, lasciando la moglie ad attenderlo sul ponte. Poi ho saputo che lui e la bambina non ce l’hanno fatta». Poco dopo iniziò finalmente l’imbarco sulle scialuppe ma l’inclinazione della nave e il peso delle persone non permetteva loro una discesa facile.
«Le scialuppe si incagliavano e allora ci hanno fatti passare da una scialuppa all’altra e nel passaggio ho perso di vista i miei amici. Saltando da una scialuppa all’altra sono caduta, ferendomi ad una gamba; ad un certo punto regnò il panico: tutti urlavano e non si riuscivano a sentire nemmeno le indicazioni dell’equipaggio. Vedevo tanti, disperati, che si buttavano dalla nave. La scialuppa sulla quale ero salita purtroppo era piena e sono dovuta rientrare sul ponte della nave. Ho iniziato allora a vagare, alla ricerca di un’altra scialuppa disponibile».
Mirella si ritrovò da sola, al buio nel salone ristorante. Scalza, non riusciva a camminare perché il pavimento era inclinato. «C’era un silenzio che faceva paura e non c’era nessuno. Mentre cercavo di raggiungere il ponte dall’altra parte sono scivolata e mi sono ritrovata sotto qualcosa che doveva essere un mobile. Ho sentito dei rumori in lontananza e ho pensato provenissero da qualcuno, allora ho gridato aiuto e due persone sono venute verso di me, mi hanno tirata su e aiutata ad uscire dal salone. Non riuscivo nemmeno a vedere i loro volti e tutt’oggi infatti non so chi siano questi miei salvatori. I due mi hanno poi condotta verso una scialuppa che stava per essere calata dalla nave. Appena la scialuppa ha toccato l’acqua e ha fatto il giro della nave, ci siamo accorti che la terra stava a pochi metri da noi. Non appena abbiamo toccato terra, abbiamo visto la nave accasciata sul fianco. Era circa mezzanotte».
Sull’isola i superstiti sono stati accolti in una chiesa. Faceva freddo e tutti erano stravolti. Già all’una di notte si sapeva che c’erano state delle vittime. A terra, Mirella riuscì a ritrovare gli amici e insieme trascorsero la notte dentro la chiesa. «La mattina presto ho sentito il profumo del pane e sono uscita per cercare un panificio. Avevo con me dei soldi perché per fortuna non avevo perso la borsetta, nella quale avevo ancora la tessera della cabina e il cellulare. Allora ho comprato del pane e sono tornata in chiesa. Là eravamo in tanti e ho distribuito quello che avevo comprato fra le persone vicine. Poi ho visto che però c’erano diversi ragazzi dell’equipaggio che erano stanchi e affamati e sono andata di nuovo al panificio, questa volta con un’amica. Abbiamo preso due sacchi di pane e li abbiamo distribuiti».
In mattinata i croceristi superstiti vennero portati in una scuola a Santo Stefano e visitati. Nel pomeriggio l’arrivo a Fiumicino e da lì in un volo che li riportò a casa.
«In quella nave ho perso tutto quello che avevo portato con me per la vacanza. C’è però chi in quella nave ha perso molto di più e ripensando a quegli avvenimenti, non posso che domandarmi ogni volta perché io sia scampata ad una morte che mi è passata così vicina».
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