Sono tra i 5.000 e gli 8.000 in Sardegna, oltre 450.000 in tutta Italia. Numeri che, stando ai dati ministeriali, renderebbero quello degli educatori e dei pedagogisti il terzo albo professionale più numeroso del Paese, subito dopo medici e infermieri. Eppure, nonostante il peso sociale di una categoria che regge il welfare e l’istruzione, i professionisti sardi si ritrovano oggi in un “limbo” normativo che sembra non avere fine.
L’ultima doccia fredda è arrivata con il decreto Milleproroghe: il termine per l’iscrizione all’Albo (previsto dalla Legge 55/2024) è stato posticipato dal 31 marzo 2026 al 31 marzo 2027. Un rinvio che la community PES (Pedagogisti ed Educatori Sardi), nata nel 2024, definisce inaccettabile.
«Ci sentiamo sospesi in un limbo di rappresentanza», dichiarano con fermezza i portavoce della community. «Le decisioni che riguardano il nostro futuro continuano a essere assunte senza che la nostra categoria abbia un peso effettivo nei tavoli istituzionali. Intanto continuiamo a lavorare, ogni giorno, senza il pieno riconoscimento che ci spetta. Questo slittamento al 2027 prolunga una fase di transizione già complessa, lasciandoci privi di una tutela istituzionale compiuta».
A spingere per il rinvio è stata l’ANCI, motivando la richiesta con la necessità di evitare blocchi nei servizi educativi per l’infanzia. Una giustificazione che non convince i professionisti sardi: «Comprendiamo le difficoltà dei Comuni, ma non possiamo accettare che logiche di sostenibilità economica prevalgano sulla qualità educativa. Chi ha investito anni in lauree triennali e magistrali non può essere sacrificato sull’altare della continuità dei servizi. La tutela del sistema non può tradursi in un indebolimento del nostro riconoscimento professionale».
In Sardegna la preoccupazione è raddoppiata dalla recente istituzione della figura dell’Operatore per l’Infanzia (OPI). Sebbene per legge l’OPI (qualifica da 600 ore, livello EQF 4) non sia equiparato all’educatore laureato (L-19, livello EQF 6), il timore di una sovrapposizione nei nidi e nei servizi 0-3 è concreto.
«Il rischio non è solo normativo, ma qualitativo», avvertono gli educatori. «Temiamo che figure con percorsi formativi profondamente diversi vengano impiegate in modo intercambiabile. La qualità dei servizi per l’infanzia deve restare fondata su competenze accademiche chiaramente definite. Non si possono sostituire anni di università con corsi professionalizzanti per disoccupati solo per tamponare le emergenze organiche».
La categoria chiama ora in causa la politica regionale. La Sardegna, storicamente pioniera nel sociale con la Legge 162/98, è chiamata a fare un passo avanti dando innanzitutto priorità ai laureati, attraverso il riconoscimento del titolo universitario come requisito imprescindibile nei servizi educativi e la richiesta di essere convocati ai tavoli istituzionali dai quali, finora, le associazioni di categoria sono rimaste escluse.
Per dare forza a queste rivendicazioni, i promotori Marco Romano, Alessandra Chessa, Cristiano Meloni, Fabio Sestu e Antonella Congiu annunciano la costituzione del Comitato Sardegna PES. «Saremo il megafono dei colleghi sardi per interloquire con Enti, Comuni e Province. Non permetteremo che la nostra professione venga svuotata di valore», concludono.
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