Le lega una pietra al collo e la butta in mare: “Non voleva farsi il bagno”
Una storia di terribile crudeltà che arriva dalla Sicilia. Mia pare non volesse farsi il bagno: il "padrone" allora decide di legarle al collo una grossa pietra e di buttarla in acqua lo stesso
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Il suo cane non voleva far il bagno, così lui gli ha legato una pietra al collo e lo ha gettato in acqua. È accaduto a Valderice, nel Trapanese. Mia, così si chiama la cagna (munita di microchip grazie a cui si è risaliti al proprietario), è però riuscita a liberarsi dal collare al quale era legata la pietra, e a tornare in riva. I bagnanti, che nel mentre si erano accorti della situazione e avevano chiamato la polizia, hanno prontamente soccorso l’animale. Il cane ora sta bene, il suo proprietario è stato individuato e denunciato. È ora accusato di maltrattamento di animali.
Il gesto ha infiammato le polemiche e suscitato l’ira degli animalisti. L’associazione Nucleo Operativo Italiano Tutela Animali ha raccontato la vicenda su Facebook: “Il Presidente del NOITA Enrico Rizzi ha appena incontrato il sindaco di Valderice, Francesco Stabile ove si è verificato il gesto criminale di un balordo senza scrupoli. Il sindaco ha accolto il suo invito di seguire, congiuntamente alla mia associazione, tutto l’iter giudiziario, annunciando la costituzione di parte civile contro il balordo. Rizzi ha garantito al sindaco che seguirà personalmente la povera Mia, affinché appena uscita dall’ambulatorio ove è attualmente ricoverata, possa trovare una famiglia pronta ad accoglierla, in attesa della “confisca” definitiva disposta dalla Magistratura”.
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Sanità sarda, l’isola scende in piazza: «Il diritto alla salute sta morendo»

Sabato 7 marzo il grande corteo a Cagliari: cittadini e sindacati uniti contro il collasso degli ospedali, le liste d'attesa infinite e il precariato nel settore privato.
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C’è un’isola che non riesce più a farsi curare e che ha deciso di urlare il proprio sdegno. Sabato 7 marzo 2026, le strade di Cagliari diventeranno il palcoscenico di una mobilitazione massiccia promossa dal Coordinamento dei Comitati Sardi per la Sanità Pubblica. L’appuntamento è fissato per le ore 9:00 in piazza dei Centomila, sulla scalinata della basilica di Bonaria, da dove partirà un corteo diretto al Consiglio Regionale. Non è solo una sfilata di sigle, ma il grido di una regione che vede il proprio sistema sanitario scivolare verso un punto di non ritorno.
La fotografia scattata dagli organizzatori è impietosa. I numeri parlano di una desertificazione medica senza precedenti: oltre 450 mila sardi sono oggi senza un medico di famiglia, mentre migliaia di bambini restano privi di un pediatra di libera scelta. Negli ospedali la situazione è speculare, con reparti ridotti all’osso e personale sanitario stremato dai turni massacranti. Questa carenza cronica si traduce in file interminabili nei Pronto soccorso e in liste d’attesa così lunghe da spingere un numero sempre maggiore di cittadini a rinunciare del tutto alle cure, incapaci di sostenere i costi della sanità privata.
Secondo il Coordinamento, la crisi non è più solo un’emergenza medica, ma una vera piaga sociale ed economica che sta svuotando i piccoli centri dell’interno. Senza servizi essenziali, i paesi muoiono e la povertà avanza, poiché la salute è diventata un lusso che molti non possono più permettersi. La richiesta alla politica è dunque un cambio di passo immediato e strutturale: assunzioni, rafforzamento della medicina territoriale e investimenti che rimettano la sanità pubblica al centro dell’agenda di governo.
Parallelamente alla protesta dei cittadini, esplode anche la rabbia dei lavoratori. I sindacati Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl hanno ufficialmente proclamato lo stato di agitazione per tutto il personale della sanità privata accreditata, delle RSA e dei centri di riabilitazione. Qui la crisi ha il volto di contratti “fantasma”, fermi in alcuni casi da oltre 13 anni. Si tratta di professionisti che, pur assistendo le fasce più fragili della popolazione, percepiscono stipendi congelati a un decennio fa, nonostante l’impennata dell’inflazione.
Il paradosso denunciato dai sindacati è che queste strutture operano grazie a ingenti finanziamenti pubblici regionali, senza però garantire parità di trattamento rispetto al settore pubblico. Un infermiere del privato può arrivare a guadagnare fino a 500 euro in meno rispetto a un collega dell’SSN, una disparità che sta alimentando una fuga di massa dal settore e mettendo a rischio la qualità dell’assistenza. La mobilitazione promette di essere lunga e capillare, con assemblee e presidi in tutta la Sardegna, finché il rinnovo contrattuale non diventerà una realtà concreta e non più una promessa sbiadita.
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