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Come si dice fazzoletto in sardo campidanese?
Come si dice fazzoletto in sardo e da dove deriva questo termine?
Dal “Mucadori” al “Mouchoir”: origine e varianti del fazzoletto in sardo campidanese.
Come si dice fazzoletto in sardo campidanese e da dove deriva questo termine; una domanda che apre uno squarcio sulla storia linguistica dell’Isola e sulle stratificazioni culturali che hanno attraversato la Sardegna nel corso dei secoli. In sardo campidanese il fazzoletto si dice mucadori, parola che racconta già nella sua sonorità un legame con altre lingue del Mediterraneo e dell’Europa; il termine deriva infatti dal catalano Mocador, a conferma dell’influenza esercitata dalla dominazione aragonese e catalana, e trova corrispondenze nel francese Mouchoir e nel provenzale Moukadou, mentre nel Logudoro assume le forme Mucadore, Mucaloru e Muncaloru, varianti che testimoniano la ricchezza e la diversità interna della lingua sarda. Il mucadori non è soltanto un oggetto di uso quotidiano ma anche un elemento identitario e simbolico; era il fazzoletto che le dame portavano in testa, accessorio distintivo dell’abbigliamento tradizionale femminile, capace di unire funzione pratica ed eleganza.
La lingua distingue inoltre tra diverse tipologie: froriu o brodau indica il fazzoletto ricamato, impreziosito da decorazioni che ne sottolineano il valore estetico; mucadori de nasu o mucadori de sudori designa il fazzoletto da naso o utilizzato per aspergere il sudore, evidenziando l’uso quotidiano e funzionale dell’oggetto. Esistono poi ulteriori specificazioni che ampliano il campo semantico del termine; mucadori de conca corrisponde allo sciallino, mentre mucadoreddu de tzapulu indica la cravatta, dimostrando come la radice della parola si sia adattata a contesti e significati differenti.
Attraverso il mucadori si intrecciano storia, costume e linguistica; un semplice fazzoletto diventa così testimonianza delle relazioni tra popoli, delle dominazioni che hanno lasciato tracce nel lessico e della capacità del sardo campidanese di conservare, trasformare e tramandare parole che ancora oggi raccontano identità e memoria.