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La lingua è un organismo vivo, che muta, si evolve e, giustamente, si affina per non ferire. Ma quando la necessaria sensibilità verso il linguaggio si trasforma in una lente deformante applicata a contesti che non si conoscono, il rischio è quello di scivolare in un revisionismo superficiale. L’episodio che ha coinvolto la storica pasticceria “Chez les Nègres” di via Sonnino a Cagliari — riportato da Sara Marci su L’Unione Sarda — ci costringe a interrogarci: dove finisce la sacrosanta tutela della dignità umana e dove inizia la cancellazione della memoria collettiva?
Il caso è ormai noto: alcuni turisti francesi, urtati dalla connotazione che quel termine riveste oggi nel loro Paese, hanno sollevato un polverone etico. La risposta della città è stata un coro unanime di difesa: per i cagliaritani quel nome non è un insulto, è un profumo d’infanzia, è il rito della domenica, è un pezzo di famiglia.
Per capire “Chez les Nègres” bisogna guardare alla sua genesi, non al vocabolario politico del 2026. La famiglia fondatrice, i Miceli, arrivò a Cagliari dalla Tunisia nel 1964. Quel nome era un riferimento orgoglioso alle proprie origini “del sud”, a un’identità mediterranea che sbarcava in Sardegna portando con sé tradizioni e fatiche. Non c’era, e non c’è mai stato, un intento razzista. Al contrario, c’era il racconto di un’integrazione riuscita attraverso il lavoro.
Qui risiede il punto nodale della questione: la differenza tra l’intenzione offensiva e il contesto storico. Se analizziamo un’insegna degli anni ’60 con la sensibilità (e i pregiudizi) di chi attraversa un luogo solo di passaggio, rischiamo di abbattere monumenti di memoria per compiacere un’estetica della correttezza che ignora la sostanza delle cose.
L’insegna è stata tolta e i titolari riflettono ora su un cambio di nome. È una scelta comprensibile, dettata forse dalla stanchezza di dover spiegare l’ovvio a chi non vuol sentire, o dal timore di essere travolti da una gogna social che non ammette sfumature. Ma è anche una sconfitta per la città. Quando un luogo storico è costretto a cambiare pelle perché un osservatore esterno ne decontestualizza il nome, stiamo accettando che la percezione superficiale valga più della verità storica.
Proteggere le persone dalle offese è un dovere civile. Ma proteggere i luoghi dalla perdita della propria anima è un dovere culturale. Se permettiamo che il “passante” riscriva la toponomastica sentimentale di chi “resta”, finiremo per vivere in città tutte uguali, asettiche e prive di spigoli, dove la storia viene ripulita fino a diventare irriconoscibile.
A Cagliari, per molti, quel nome rimarrà sempre legato a dolci dal gusto indimenticabile e a una famiglia arrivata dal mare. Un ricordo che nessuna rimozione di insegna potrà davvero cancellare, ma che oggi ci lascia un retrogusto amaro: quello di una memoria che ha dovuto chiedere scusa per un peccato che non ha mai commesso.