Furto aggravato e ricettazione. In manette un senegalese e un cagliaritano
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Articolo di Gianluigi Torchiani dal portale Cronachesarde.com
Oggi l’Isola dell’Asinara è conosciuta soprattutto per le sue bellezze naturali e paesaggistiche, protette dal 1997 dall’omologo parco nazionale, che attraggono ogni anno migliaia di turisti da tutto il mondo. È invece quasi del tutto sconosciuta la vicenda che interessò l’Isola nel corso del primo conflitto mondiale, poco più di cento anni fa e che, anzi, riveste un interesse europeo. A partire dal dicembre 1915 l’Isola dell’Asinara, all’estremità del Nord-Ovest della Sardegna e del Golfo dell’Asinara, divenne infatti sede del più grande campo di concentramento italiano per i prigionieri della I° Guerra Mondiale.
A causa dell’elevato numero di prigionieri, furono organizzati cinque diversi campi in altrettante località: Fornelli, Tumbarino, Stretti, Campo Perdu e Cala Reale. Recentemente Marco Milanese, Professore Ordinario di Archeologia presso l’Università di Sassari, ha curato un libro dedicato ai primi risultati del progetto di ricerca archeologica sui campi di prigionia austro-ungarici dell’Isola dell’Asinara. Cronache Sarde ha intervistato il professor Milanese per comprendere la storia di questo campo di prigionia e la possibile valorizzazione che potrebbe arrivare dal lavoro archeologico.
Il contesto storico dell’Isola dell’Asinara prima della guerra del 15-18
Innanzitutto occorre comprendere cosa fosse l’Asinara alla vigilia del primo conflitto mondiale: “Più o meno sino agli anni Ottanta dell’Ottocento, l’Asinara presentava insediamenti e borghi di pescatori di origine prevalentemente ligure, in particolare di alcuni centri intorno a Genova, come Camogli. Questi insediamenti risalivano alla fine del Settecento, a cui comunque si affiancavano dei residenti sardi, che si occupavano di pastorizia, di attività agro-pastorali, che abitavano in case sparse nell’isola. Questa situazione perdurò con relativa tranquillità fino al tardo Ottocento, quando venne deciso – vista la condizione di insularità dell’Asinara ma anche di relativa vicinanza alla costa sarda – di organizzare nell’Isola una sorta di colonia sanitaria, ossia un centro specializzato nel ricovero e nella cura di malattie infettive. Dove, sostanzialmente, le persone ammalate potevano essere trattenute in isolamento.
Per questo motivo, negli anni Ottanta dell’Ottocento, tutta la popolazione residente fu trasferita forzatamente sulla terraferma, dando vita all’attuale borgo di Stintino, oggi una nota località turistica che si distingue dal resto della Sardegna per la sua caratterizzazione linguistica, perché il dialetto che si parla a Stintino è di origine ligure, così come i cognomi dell’area. Proprio il cambio di funzione dell’isola con lo spostamento della popolazione a Stintino e la fondazione della colonia sanitaria, è la chiave per capire come mai il governo italiano – insieme agli alleati europei – decise di trasferire i 24.000 prigionieri austro-ungarici all’Asinara. In buona parte, infatti, questi prigionieri erano ammalati di tifo e colera. Dunque, si scelse l’Isola perché era già dotata di una struttura apposita, nonché deserta dal punto di vista demografico; quindi, non si rischiava di contagiare la popolazione civile”.
Le ragioni belliche alla base del trasferimento dei prigionieri austro-ungarici
Insomma, l’Asinara si trovò inserita nelle vicende storiche del primo conflitto mondiale, che vedeva contrapposti gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano) all’Intesa (Francia, Russia, Regno Unito, Serbia e Italia). I prigionieri austro-ungarici che finirono in Sardegna furono probabilmente catturati nei primi mesi di conflitto, quando la Serbia inflisse ripetute sconfitte alle forze asburgiche. Ma la controffensiva imperiale, tra l’ottobre e il dicembre 1915, portò alla ritirata dell’esercito serbo, che trascinò con sé questo prezioso gruppo di prigionieri. “Il gruppo iniziale di prigionieri era di circa 40 mila persone, che furono trascinate dall’esercito serbo in ritirata lungo i Balcani, pressato dalla controffensiva austro-ungarica. Ovviamente questi prigionieri erano importanti perché costituivano comunque un capitale umano che poteva essere molto utile per eventuali trattative e scambi. Il gruppo arrivò, già falcidiato dalle malattie, sino al porto albanese di Valona, per poi essere imbarcato fino all’Asinara. Molti di loro morirono in mare durante il tragitto, dunque in Sardegna ne arrivarono soltanto 24.000”. L’impero austro-ungarico era uno stato multietnico, dal cui crollo dopo la Prima guerra mondiale sono nate diverse nazioni. Dunque, non stupisce la presenza di diverse nazionalità tra i prigionieri presenti all’Asinara: “Si tratta di un nodo molto importante di questa ricerca, perché si è ricostruito come i prigionieri fossero di 16 nazionalità diverse. Quindi si può parlare di un interesse europeo perché sostanzialmente molte attuali nazioni europee hanno avuto comunque un coinvolgimento in questa vicenda”, evidenzia Milanese.
La vita dei prigionieri e le opere realizzate sull’Asinara
Come scritto in precedenza, l’isola era deserta dal punto di vista demografico, con l’unica presenza dei militari italiani che, agli ordini del Generale Ferrari, organizzano cinque diversi campi di prigionia. Ma perché furono alla fine costruiti cinque diversi campi e non uno soltanto? “Fondamentalmente perché 24 mila persone da gestire, molte delle quali ammalate, erano comunque un numero significativo. Ogni campo aveva circa 5 mila persone, con un’organizzazione che seguiva una logica militare molto ferrea: ad esempio ognuno aveva le sue scorte di acqua potabile che venivano portate via mare sull’Asinara, perché nell’isola non ci sono fonti di acqua potabile sufficienti. Ogni campo aveva il suo cimitero, nonché naturalmente il proprio ospedale dove venivano curati i malati, persino le proprie cucine e chiese”.
I prigionieri austro-ungarici, perlomeno quelli in condizioni di salute adeguate, non furono certo fatti rimanere con le mani in mano: “Tutta la viabilità sentieristica che si ritrova ancora oggi pavimentata in pietra, delimitata da muri a secco fu, credo, nella quasi totalità, costruita dai prigionieri austro-ungarici. Da rilevare che buona parte degli edifici all’Asinara sono di chiara matrice tirolese o alpina, perché i prigionieri venivano in buona parte anche da quella zona. Ad esempio, i tetti non erano di tipo mediterraneo, ma a spiovente, come prevede la tradizione alpina per risolvere le problematiche legate alla presenza della neve”.
La smobilitazione del campo dell’Asinara
Insomma, ogni campo aveva la struttura di una piccola città con tutti i servizi di base, ovviamente nel contesto di una condizione di vita che certamente non era il massimo per i prigionieri austroungarici. Circa 7000 di loro morirono nei mesi all’Asinara, principalmente a causa di malattie come tifo e colera. Che giudizio si può dare dunque del funzionamento del campo dell’Asinara? “È utile sottolineare che nel periodo della Prima guerra mondiale ciascuna delle attuali 20 regioni italiane ospitò dei campi di prigionia. Detto questo il campo dell’Asinara è stato il più esteso e il più grande campo di prigionia della Prima guerra mondiale, quindi merita un’attenzione particolare anche per questo motivo. Ovviamente anche altre nazioni europee hanno avuto degli importanti campi di prigionia nella Prima guerra mondiale e tutti hanno conosciuto una loro organizzazione simile a quella dell’Asinara”, evidenzia l’archeologo. Il campo dell’Asinara non ebbe però una vita lunga: a seguito di accordi fra le potenze europee che controllavano questi prigionieri, circa a metà, nel giugno del 1916, iniziò poi il trasferimento di gruppi di prigionieri, ovviamente non più infetti, ma sani, verso la Francia e altre destinazioni. I campi non furono però smantellati totalmente, tanto da ospitare in seguito gruppi di prigionieri di consistenza più limitata, ad esempio di nazionalità russa.
Il contributo dell’archeologia
Questa, in estrema sintesi, è la storia del campo di prigionia dell’Asinara. Ma l’archeologia può aggiungere molto altro a questo racconto: “Negli ultimi anni a livello europeo effettivamente si stanno sviluppando delle ricerche sui campi di prigionia, ma non tanto sulle informazioni presenti negli archivi, ma proprio sui luoghi dei campi di prigionia. L’interesse principale dell’applicazione della ricerca archeologica in questo ambito consiste nel mettere a confronto quello che è contenuto nelle relazioni militari con la realtà. Ad esempio, le bellissime planimetrie dei campi di prigionia dell’Asinara contenute nella relazione del generale Ferrari non sono di rilievo, ovvero di documentazione dell’aspetto dei campi, ma sono sostanzialmente dei progetti, che non rappresentano quello che fu poi concretamente costruito. Dunque, una delle finalità di un progetto archeologico è proprio conoscere effettivamente quanto di questi progetti è stato realizzato e in che forma. Quasi sempre ci sono delle differenze anche parecchio notevoli tra i progetti e la loro realizzazione, ma anche nell’ubicazione e nella localizzazione dei campi”.
Una possibile valorizzazione
Esiste poi un importante aspetto che ha a che fare con la memoria storica: “Molto spesso nelle aree di campi di prigionia, nonostante siano passate poche generazioni, si è persa la consapevolezza di quello che furono questi luoghi. Tanto che su queste aree spesso avvengono espansioni urbanistiche senza che ci sia particolare consapevolezza da parte dei progettisti. Anche per quanto riguarda l’Asinara, la popolazione dei centri vicini (Stintino, Porto Torres, ecc) in gran parte ignora l’esistenza stessa di questo campo di prigionia. Più in generale, per l’Asinara c’è un forte interesse per la sua fauna e per gli aspetti ambientali e paesaggistici, ma l’aspetto storico non viene in alcun modo considerato. La valorizzazione deve avere la finalità di raccontare questa vicenda ai visitatori, attraverso anche la spiegazione dei resti presenti sul terreno. Per realizzare questo obiettivo occorre un importante lavoro di scavo archeologico, considerato che sotto il terreno c’è un patrimonio di materiale utile a raccontare la vita quotidiana dei prigionieri. La valorizzazione deve coinvolgere flussi di visitatori scolastici, incuriosendo fasce di popolazione giovanile, magari anche attraverso giochi educativi a carattere storico”, conclude Milanese.
*Tutte le immagini dell’articolo sono tratte da Archeologia dei campi di prigionia della prima guerra mondiale di Marco Milanese, su gentile concessione dell’autore