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Una nuova e pesante “servitù” minaccia il futuro della Sardegna, scatenando una reazione compatta che unisce istituzioni regionali, sindaci e società civile. La decisione del Governo di concentrare nell’isola oltre un terzo dell’intera popolazione nazionale sottoposta al regime di carcere duro ha trasformato il malcontento in una mobilitazione generale che culminerà nella manifestazione del prossimo 28 febbraio a Cagliari. Anche le Acli della Sardegna hanno confermato la loro adesione, schierandosi al fianco della Presidente Alessandra Todde per ribadire che il territorio sardo non può trasformarsi in un’immensa struttura di detenzione speciale a scapito della sicurezza e dello sviluppo economico.
L’ipotesi di destinare alle case circondariali di Badu ’e Carros, Bancali e Uta ben 260 detenuti sottoposti al 41 bis è giudicata inaccettabile dai promotori della protesta. Il piano, sostenuto dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, poggia su una norma dell’ordinamento penitenziario vecchia di trent’anni che suggerisce di collocare i boss mafiosi preferibilmente in aree insulari. Per scardinare questa logica, è stata depositata in Consiglio regionale una proposta di legge, firmata dalla dem Camilla Soru e sostenuta dal campo largo, che punta a sopprimere proprio quel riferimento normativo. Secondo i firmatari, l’articolo 119 della Costituzione parla chiaro: l’insularità è una condizione da valorizzare e compensare, non un pretesto per trasformare una regione in un luogo di segregazione preferenziale.
Mentre la politica prepara la controriforma, la situazione sul campo appare già drammatica. La Garante regionale dei detenuti, Irene Testa, ha riferito che nel carcere di Uta il nuovo padiglione destinato al 41 bis è praticamente ultimato e pronto a ospitare 92 nuovi reclusi. Tuttavia, questo potenziamento della capacità ricettiva non è accompagnato da un incremento di personale o medici. Attualmente nell’istituto manca oltre un centinaio di agenti rispetto alla pianta organica e la gestione sanitaria è ridotta ai minimi termini, con un solo psichiatra per una popolazione detenuta che per l’ottanta per cento fa uso di psicofarmaci. Il rischio concreto è che l’attenzione totale rivolta ai detenuti di massima sicurezza finisca per paralizzare completamente l’assistenza e la vigilanza ordinaria del resto del penitenziario.
L’appello alla mobilitazione del 28 febbraio, che ha raccolto l’appoggio di numerosi sindaci, dei sindacati dei medici e della polizia, oltre che di associazioni territoriali e partiti politici, è molto chiaro nelle sue rivendicazioni. Si chiede la sospensione immediata di ogni decisione esecutiva sui trasferimenti e l’apertura di un tavolo istituzionale Stato-Regione. L’obiettivo è ottenere una valutazione indipendente degli impatti sociali e sanitari di questa scelta, imponendo al Governo un criterio nazionale che sia equo e proporzionato, evitando che la Sardegna debba farsi carico di una quota sproporzionata delle criticità legate al carcere duro nazionale.