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Mentre la Sardegna e il Sud Italia contano i danni di una tempesta che ha sventrato lungomari e interrotto ferrovie, gli esperti cercano di dare un nome e una causa a fenomeni che molti testimoni hanno definito “mai visti prima”. Onde che hanno superato i 10 metri d’altezza, il mare che invade le case per centinaia di metri e costoni rocciosi che cedono sotto la pressione idraulica: non è solo maltempo, è un segnale del nuovo assetto climatico.
In un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, Antonello Pasini, fisico del clima del CNR, ha analizzato l’eccezionalità del ciclone Harry, spiegando perché la nostra percezione di un evento “estremo” sia, purtroppo, corretta.
Secondo Pasini, il ciclone Harry è il risultato di un’anomalia cronologica e termica. Si tratta di una depressione afro-mediterranea che solitamente caratterizza l’autunno, ma che quest’anno si è presentata in pieno inverno. I fattori chiave individuati dal fisico sono tre:
Energia dal mare: Fino a pochi giorni fa, il Mediterraneo presentava temperature superficiali di 1-2 gradi sopra la media, fornendo “carburante” al sistema.
Scontro di pressioni: La differenza tra la bassa pressione africana e l’alta pressione balcanica ha generato venti sinottici che hanno superato i 120 km/h.
L’effetto “schiacciamento”: La bassa pressione sopra l’acqua ha letteralmente permesso alla superficie del mare di sollevarsi, favorendo onde lunghe generate in mare aperto.
Citando uno studio pubblicato su Climate Dynamics, Pasini chiarisce un punto fondamentale: in futuro potremmo avere meno cicloni, ma quelli che si formeranno saranno molto più violenti. Sebbene le previsioni meteo siano ormai precise (l’evento era stato previsto con una settimana d’anticipo), il problema resta la fragilità delle nostre difese.
Il giudizio di Pasini sull’adattamento infrastrutturale italiano è netto: «Siamo sempre troppo indietro». Il fisico critica l’abitudine di intervenire all’ultimo minuto con barriere di sabbia improvvisate: «La prevenzione vera si fa uno o due anni prima, ma sono interventi che spesso non hanno riscontro immediato nel consenso elettorale. Bisogna smettere di pensare di poter regimentare le acque: dobbiamo accompagnare la natura».
Per Pasini, le grandi opere ingegneristiche (come il Mose di Venezia) mostreranno presto i loro limiti di fronte all’innalzamento del livello dei mari. La strada da seguire è la rinaturalizzazione, tra cui la creazione di dune costiere e oasi verdi, trasformazione dei lungomari in parchi marini (come Rimini) e non da ultimo l’educazione al rischio nelle scuole per preparare i cittadini di domani.
L’articolo de Il Fatto Quotidiano sottolinea come, nonostante l’ottimo lavoro della Protezione Civile nell’evitare vittime, il Paese resti vulnerabile: la sfida del 2026 non è più prevedere il clima, ma ricostruire le coste con criteri radicalmente nuovi.