Orrì. Ennesimo scempio nella spiaggia da Bandiera Blu
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Immaginate il Sud della Sardegna non come il paradiso solare che conosciamo, ma come un lembo di terra ghiacciato ai confini di un supercontinente, circondato da mari percorsi da iceberg giganti. Non è la trama di un film di fantascienza, ma la realtà geologica di 445 milioni di anni fa, sul finire del periodo Ordoviciano.
A guidarci in questa straordinaria ricostruzione è il paleontologo Daniel Zoboli, che spiega come il Sulcis-Iglesiente conservi ancora oggi le prove di una delle più grandi glaciazioni della storia terrestre, un evento che scatenò una delle più significative estinzioni di massa del pianeta.

A) Posizione delle masse continentali e dell’area che diventerà la Sardegna (punto rosso) verso la fine dell’Ordoviciano Superiore; B) Iceberg attuale; C) Siltiti con clasti di origine glaciale (dropstone), Ordoviciano Superiore (Formazione di Rio San Marco), Serra Giomaria (Domusnovas), Museo PAS-E.A. Martel di Carbonia (foto D. Zoboli, 2018). Elaborazione grafica di Daniel Zoboli
All’epoca, le aree marine che oggi formano la Sardegna si trovavano nel margine settentrionale del Gondwana, un enorme blocco continentale situato a latitudini molto diverse dalle attuali. Mentre oggi le prove più evidenti di quel freddo estremo si trovano nelle valli scavate dai ghiacciai tra le dune del deserto dell’Africa settentrionale, la Sardegna rivendica il suo ruolo di “testimone oculare” grazie alle rocce del suo sottosuolo.
Il cuore della scoperta si trova nel territorio di Domusnovas. Qui affiora la cosiddetta “Formazione di Rio San Marco”. «Si tratta di sedimenti fini marini che, nella parte alta della successione, presentano rari livelli di conglomerati e arenarie grossolane», spiega Zoboli. Questi strati sono stati interpretati dai geologi come sedimenti glacio-marini, del tutto simili a quelli ritrovati in Francia, Spagna e Africa.
La prova regina è costituita dai dropstone. Ma cosa sono esattamente? Durante la fase glaciale, enormi iceberg si staccavano dalle calotte del Gondwana e andavano alla deriva nel mare. Questi blocchi di ghiaccio portavano con sé un “carico” di sassi e detriti raccolti sulla terraferma. Una volta sciolti in mare aperto, gli iceberg rilasciavano questi ciottoli che precipitavano sul fondale fangoso (costituito da siltiti), incastonandosi nei sedimenti fini.
Riferimenti – Leone F., Hamman W., Laske R., Serpagli E. & Villas E. (1991). Lithostratigraphic units and biostratigraphy of the post-sardic Ordovician sequence in south-western Sardinia. Bollettino della Società Paleontologica Italiana, 30 (2): 201-235.