Crollo delle imprese artigiane. Dall’inizio della crisi perse 5.300 attività
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A cura di Pier Bruno Cosso
Si parte da Milano, con una brutale aggressione a una giovane funzionaria in un parcheggio sotterraneo solitario. A Milano la vita è dura. È buia, grigia e spesso spietata. A Milano o ti pieghi al dio profitto o sei fuori. A Milano scendi a compromessi e ti giochi alla roulette russa i tuoi principi.
Ma Caterina non ci sta. Caterina, sarda nelle origini e nell’anima, vuole combattere il mostro. Il mostro è la sua azienda, che specula selvaggiamente sul traffico di rifiuti radioattivi e che, forse, è responsabile dell’aggressione nel parcheggio sotterraneo. Per lei è il momento di un ritorno alle origini, in un villaggio di pescatori e case basse nella zona di Oristano. Qui il mare, il sole, vecchi e nuovi amici, uno spirito guida interiore che può farla rinascere — e il mare, appunto — tracciano appassionanti vie d’uscita. È Marceddì, ed è l’antimateria di Milano.
Gli ingredienti ci sono tutti, e il racconto prende forma in un clima narrativo giocato tra la tenerezza dei sentimenti e le complicazioni che la vita sempre apparecchia.
Questo e molto altro è Il peso degli attimi, di Massimiliano Perlato Mura, edito da Amicolibro nel 2026.
L’autore — saggista, giornalista, poeta e novelliere — si cimenta qui con il suo primo romanzo. E, da scrittore eclettico qual è, anche il libro attraversa diversi generi. L’inizio, con un’aggressione quasi fatale e le conseguenti indagini, fa pensare a un giallo.
Gli elementi ci sono tutti, e Perlato Mura sa tenere alta la tensione con immagini che, via via, mettono a fuoco una malavita spietata fatta di colletti bianchi.
Ma gli ambienti inquietanti, spesso degradati, con personaggi privi di empatia e scrupoli, portano verso il noir. Indagini di polizia, delitti cruenti e un rischio costante compongono perfettamente lo scenario tipico del genere. L’autore disegna tinte fosche capaci di generare nel lettore sentimenti contrastanti, propri di questo topos letterario.
Eppure Il peso degli attimi supera i confini del genere e si immerge nelle acque placide delle storie sentimentali. Massimiliano Perlato Mura plasma la sua scrittura su toni pastello e colora la narrazione di romance. Le metafore si addolciscono con i tramonti, le maestose dune della costa a sud di Oristano e con quei sentimenti autentici che possono contrastare gli squali del noir e del giallo.
Le storie d’amore si intrecciano, si capovolgono e volano verso i sogni. Si resta sospesi, forse increduli, nella speranza che tutto non crolli. E bisognerà leggere per scoprirlo. Intanto, l’autore ci fa camminare sulle sabbie mobili di amori tormentati e dolcissimi, dentro una comfort zone emotiva sempre in bilico.
Sì, ogni tanto lasciarsi andare è salvifico. Le pagine addolciscono le asperità della vita, perché il desiderio di tenerezza va affrontato, non evitato. Anche in un giallo, anche in un noir. Sono i contrappesi naturali che tengono viva la narrazione fino all’ultima pagina. E dopo l’ultima pagina si resta con il desiderio di mollare tutto e partire per Marceddì, per le spiagge limitrofe, per quei luoghi capaci di rimetterti in sintonia con te stesso.
Approfittando della disponibilità di Massimiliano Perlato Mura, gli rivolgiamo qualche domanda.
Grazie di aver accettato di rispondere a questa intervista. Andando avanti nella lettura del tuo Il peso degli attimi, si rimane sempre più affascinati da quel borgo quasi fatato che è Marceddì — un bellissimo villaggio di pescatori sul mare, in provincia di Oristano. È evidente che sia per i protagonisti, sia per te, rappresenti un luogo dell’anima. È la magia del mare?
È la magia del mare, ma anche delle case basse dei pescatori e del tempo incantato che si respira lì. È la magia dell’adolescenza vissuta in quegli spazi immensi e incontaminati, nei valori universali che mi ha trasmesso mia madre, scomparsa un anno fa e a cui ho dedicato questo lavoro. Sono luoghi dell’anima, dove la bellezza degli ambienti va di pari passo con gli affetti familiari. Luoghi paradisiaci in cui il benessere è soprattutto interiore. Scriverne è stato come tornarci davvero.
Tu sei il direttore di una prestigiosa rivista dedicata alla Sardegna. Nel romanzo contrapponi Oristano a Milano, senza forzature, ma con evidenti contrasti. È una scelta simbolica?
È stato un percorso introspettivo necessario per valorizzare un territorio ancora poco conosciuto dal punto di vista turistico. La contrapposizione tra il grigio milanese e la luce sarda diventa metafora della mia stessa esistenza, vivendo in Lombardia.
Hai scritto questo romanzo più in Sardegna o “in continente”?
Scrivere è proiettarsi mentalmente nei luoghi che si raccontano. Ho spesso chiuso gli occhi per ritrovarmi lì. È stato un atto quasi spirituale, capace di riportarmi a emozioni profonde.
Sei uno scrittore da scaletta o segui l’istinto?
Ho costruito una scaletta per mantenere coerenza narrativa, ma la fantasia ha spesso preso il sopravvento. Le deviazioni sono state inevitabili.
La tua scrittura è molto lirica. Hai dovuto “contenere” il poeta per far emergere il romanziere?
Il mio cruccio principale è stato proprio trovare equilibrio. La mia idea iniziale era restare nel noir, ma la mia indole onirica ha spostato il racconto verso il romance. Sarà un aspetto su cui lavorare nei prossimi libri.
Quarta di copertina
Una storia intensa e coraggiosa che mette a nudo la violenza sommersa, i legami spezzati, la bellezza della resistenza e l’urgenza di scegliere da che parte stare.
Dall’aggressione nel parcheggio sotterraneo dell’azienda milanese dove lavora, prende avvio il complesso percorso personale di Caterina Valli, donna determinata che, suo malgrado, trascina in un vortice oscuro anche gli affetti più vicini.
Il trasferimento in Sardegna rappresenterà il crocevia decisivo. Qui ritrova l’amica Elena, in cerca di riscatto, e Mattia, pescatore della laguna, che le restituirà equilibrio.
In un mosaico di dolore e speranza, si combatte una continua battaglia tra amore e oblio, nel tentativo di cogliere il vero peso degli attimi dell’esistenza.