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Col 2026 molte aziende ripartono con la stessa energia: nuovi progetti, digitalizzazione, riorganizzazione commerciale, nuovi mercati da esplorare. La lista è chiara e gli obiettivi sembrano raggiungibili.
Eppure, nel giro di pochi mesi, gran parte di queste iniziative rallenta o si blocca. Il nuovo CRM resta a metà, la ristrutturazione viene rimandata, la digitalizzazione incontra resistenze interne.
Secondo Maria Gabriella Ranno, consulente strategica con oltre vent’anni di esperienza nell’organizzazione aziendale, il problema raramente è la mancanza di competenze o di visione.
Il vero ostacolo è un altro: le aziende cercano di costruire il nuovo senza aver mai davvero chiuso il vecchio.
Nel tempo le organizzazioni tendono ad accumulare processi, progetti, riunioni e collaborazioni che continuano a esistere più per abitudine che per reale utilità. Questo crea quella che Ranno definisce “zavorra organizzativa”: attività che consumano tempo, energie e risorse senza contribuire alla strategia. Il problema è spesso invisibile. Molti imprenditori non se ne accorgono perché manca un’analisi approfondita dei numeri e dei processi. Così la responsabilità dei risultati viene attribuita a fattori esterni – crisi, mercato, contesto economico – mentre la vera rigidità nasce dall’interno. Secondo l’esperienza sul campo, il peso del passato può incidere fino al 70% sulla capacità di innovazione di un’azienda.
Da questa osservazione nasce il modello che Maria Gabriella Ranno ha sviluppato negli ultimi anni: il disapprendimento organizzativo. L’idea è semplice quanto controintuitiva: per innovare non basta imparare cose nuove, prima bisogna dimenticare quelle che non servono più.
Il disapprendimento diventa strategia quando un’azienda decide di analizzare davvero il proprio modo di funzionare: i processi, i modelli decisionali, la struttura organizzativa.
E poi confronta tutto questo con ciò che il mercato richiede oggi. Quello che non è più allineato va chiuso, modificato o lasciato andare. Non è un taglio dei costi, non è una ristrutturazione aggressiva, ma un processo di completamento consapevole.
Il ruolo decisivo della leadership in questo processo la leadership è determinante. Se l’imprenditore non cambia approccio, difficilmente cambierà anche l’azienda. Il cambiamento richiede una guida capace di osservare, analizzare e coinvolgere il team in modo partecipativo, evitando che le trasformazioni vengano percepite come minacce. Quando un’organizzazione riesce a liberarsi dalla zavorra del passato, succede qualcosa di evidente: si alleggerisce, diventa più veloce nelle decisioni e ritrova una direzione chiara.
Le aziende che riescono a evolversi nel tempo sviluppano una mentalità flessibile: pianificazioni più brevi, revisioni continue e maggiore capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato.
Ma soprattutto imparano una lezione fondamentale: per innovare non basta imparare cose nuove. Bisogna anche avere il coraggio di dimenticare quelle che non funzionano più.