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Con il passaggio ufficiale della struttura dal Ministero delle Infrastrutture a quello della Giustizia, la casa circondariale di Cagliari-Uta entra ufficialmente in una nuova, complessa fase operativa. La consegna del padiglione destinato al regime di massima sicurezza del 41-bis segna un punto di non ritorno per l’istituto penitenziario sardo. La conferma arriva da Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme, che sottolinea come l’anticipo della consegna rispetto alla scadenza del 15 gennaio lasci presagire una volontà del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di completare il trasferimento dei detenuti in tempi estremamente rapidi.
Secondo la presidente di SDR, questa accelerazione avviene in modo indifferente rispetto alle proteste e alle istanze sollevate dall’intera comunità locale. Per rendere la struttura pienamente funzionale mancano ormai soltanto gli arredi e le dotazioni dell’infermeria interna, la cui gestione spetterà all’Asl 8 di Cagliari. Resta inoltre da sciogliere il nodo cruciale relativo al Gruppo Operativo Mobile: il DAP dovrà infatti stabilire con precisione il numero e la dislocazione degli agenti specializzati che dovranno presidiare il nuovo reparto.
L’apertura del padiglione, progettato per ospitare 92 detenuti in regime di alta sicurezza, rappresenta l’ultimo capitolo di una trasformazione radicale iniziata nel 2014 con il trasferimento dal vecchio carcere di Buoncammino. I numeri descritti da Caligaris delineano una situazione di forte pressione per la struttura situata a ridosso dell’area industriale di Uta. Se nel 2014 i ristretti erano 345, oggi la cifra è salita a 745 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 500 posti. Con l’entrata in funzione della nuova sezione, la popolazione carceraria è destinata a sfiorare le 840 unità.
Il quadro più critico riguarda tuttavia il divario tra il numero dei detenuti e quello degli operatori. Mentre la popolazione carceraria è letteralmente raddoppiata nell’arco di undici anni, le risorse umane non hanno seguito lo stesso trend. Al contrario, figure essenziali come agenti di polizia penitenziaria, personale amministrativo, educatori, infermieri e medici sono diminuite o risultano comunque insufficienti per garantire standard adeguati. Una sofferenza che colpisce l’intero apparato della sorveglianza e che solleva profondi dubbi sulla sostenibilità di un carico gestionale così elevato in una struttura già ampiamente sovraffollata.