Acqua sporca a Tortolì. La causa del disagio un allaccio abusivo?
Una domenica costellata dalle lamentele, quella appena trascorsa. A far insorgere residenti e turisti sono state le caratteristiche dell’acqua cosiddetta “potabile” che si è presentata ieri pomeriggio, in particolare nei rioni di Monte Attu e Santa Lucia, in terribili condizioni: sporca, oleosa
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Una domenica costellata dalle lamentele, quella appena trascorsa. A far insorgere residenti e turisti sono state le caratteristiche dell’acqua cosiddetta “potabile” che si è presentata ieri pomeriggio, in particolare nei rioni di Monte Attu e Santa Lucia, in terribili condizioni: sporca, oleosa e in alcuni casi anche maleodorante.
Quello di ieri è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che hanno visto sgorgare a Tortolì acqua torbida, assolutamente inutilizzabile. Sul web è scattata la polemica: decine gli scatti degli utenti del social network che denunciano la gravissima situazione. I più indignati, come è logico, i genitori, preoccupati per la salute dei propri bambini. Non ci sono ancora notizie ufficiali da parte del gestore idrico ma parrebbe che la causa dell’acqua sporca sia un allaccio abusivo collegato alla condotta gestita dal potabilizzatore di Monte Attu. Gli operai di Abbanoa stanno lavorando nel tentativo di far rientrare l’emergenza .
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Il mistero delle incisioni della navicella di Teti: un reperto unico, che nessuno ha ancora mai studiato

Si tratta di un manufatto in terracotta con enigmatici grafemi: ma ancora purtroppo mancano studi istituzionali che provino a decifrarli e datarli.
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Nel cuore della Barbagia di Ollolai, il territorio di Teti ha restituito un reperto che riaccende il dibattito sulle conoscenze delle antiche comunità sarde: una navicella nuragica in terracotta risalente a un periodo compreso tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro. Non si tratta di un semplice oggetto ornamentale, ma di un manufatto che porta incisi sulla superficie dei “grafemi” misteriosi, capaci di suggerire l’esistenza di un sistema di comunicazione molto più complesso di quanto ipotizzato finora.

Foto Museo Archeologico Comprensoriale di Teti
A differenza dei celebri bronzetti, questa navicella è realizzata in ceramica locale e presenta un fondo piatto. La sua importanza non risiede solo nella forma, ma soprattutto nei segni geometrici e lineari incisi con precisione intenzionale. Questi grafemi, collocati in posizioni non casuali, non appartengono a nessuna scrittura fonetica nota. Gli esperti ipotizzano si tratti di un sistema segnico pre-alfabetico: marchi di appartenenza clanica, simboli rituali o, in via più audace, una forma di scrittura pre-fenicia che serviva a mediare tra il mondo degli uomini e il sacro.
Il ritrovamento a Teti, lontano dal mare, conferma che per i nuragici la “nave” era un archetipo universale, simbolo di viaggio e rigenerazione, indipendentemente dalla vicinanza alle coste.
Nonostante l’eccezionalità del reperto, l’articolo solleva una dura critica verso le istituzioni e gli organi di tutela. Ad oggi, infatti, non sono stati avviati studi sistematici o analisi comparative su questi segni, che rischiano di restare inascoltati. La mancanza di approfondimenti interdisciplinari riduce un potenziale tesoro di informazioni a un semplice “vaso a forma di barca”, ignorando la sua dimensione comunicativa e identitaria.
Oltre alla carenza di studi, pesa l’incertezza sui dati cronologici. Nonostante i fondi pubblici stanziati per la datazione, i risultati non sono mai stati chiaramente definiti né condivisi con la comunità scientifica. In assenza di trasparenza e pubblicazioni ufficiali, la navicella di Teti rimane un nodo irrisolto: un’occasione mancata per far luce sulle reali capacità cognitive e scrittorie della Sardegna nuragica nel panorama del Mediterraneo antico. Fonte Nurnet.
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