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Sulle ronde anti-elemosina. Il parere dello psicologo | Ogliastra - Vistanet
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Sulle ronde anti-elemosina. Il parere dello psicologo

Sulle ronde anti-elemosina. Il parere dello psicologo

elemosina immagine simbolo
elemosina immagine simbolo

Crea un coro di proteste l’iniziativa del parroco della chiesa di San Paolo a Cagliari, di istituire un nucleo di vigilanza anti-elemosina. Da un lato chi si appella alle questioni caritatevoli di principio teme minacciosi retaggi squadristi appartenenti al passato,

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15 Aprile 2015 08:23 Dott. Giovanni Delogu

Crea un coro di proteste l’iniziativa del parroco della chiesa di San Paolo a Cagliari, di istituire un nucleo di vigilanza anti-elemosina.

Da un lato chi si appella alle questioni caritatevoli di principio teme minacciosi retaggi squadristi appartenenti al passato, dall’altra chi è stato testimone di ciò che avviene quotidianamente fuori e dentro la chiesa, parla con cognizione di causa. Queste due fazioni schierate a favore o contro il provvedimento preso dal parroco, dovrebbero trovare un punto di incontro. E quale miglior punto se non appellarsi al rispetto della religiosità di chi è credente? Racconterò due vicende, una delle quali vede come protagonista la chiesa stessa di San Paolo, episodi che hanno a che vedere col pluralismo, il multiculturalismo e il rispetto.

Recandomi in chiesa di primo mattino, trovai il portone aperto e un insolito vociare all’interno. Entrai, e mi vennero incontro degli zingari che prontamente mi assediarono chiedendomi soldi. Da una rapida occhiata in giro notai altri cinque che si aggiravano tra i banchi e la navata centrale, chiacchierando tra di loro ad alta voce. A una prima impressione non mi parve fossero entrati per pregare.

Un’altra volta durante una celebrazione notai la presenza di un questuante dentro la chiesa ad assistere la messa. Per conto suo in silenzio, guardava le persone attorno, ma quasi sul finire della messa si accostò alle persone che aveva più vicine e iniziò a chiedere soldi con una certa insistenza.

In un’altra area geografica, quando entrai in una moschea a Istanbul, all’ingresso l’ispezione sul semplice vestiario fu molto rigorosa: delle pronte donne musulmane chiedevano di coprire braccia, gambe, capelli di visitatori in tenuta da mare, in modo che fossero conformi alle regole del posto. Non vidi scene come quelle sopra descritte dentro la moschea, e penso che nessuno ne vedrà mai.

Il confine dell’accettare chi viene da situazioni o culture differenti dalle nostre, viene valicato quando chi chiede l’elemosina smette di rispettare il credente e i nostri luoghi di culto. Il Vaticano è trincerato dietro alte mura e piantonato da guardie svizzere, a prova di questuanti o malintenzionati: certo, è la sede di un capo spirituale nonché un Capo di Stato, ma la sacralità, per chi ci crede, è la stessa della cappella del più povero villaggio africano. E come tale va rispettata, a meno di non rendere certi luoghi meno religiosi di altri.

 

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Unesco e Domus de Janas, solo 17 riconosciute ufficialmente: ma chi salverà le altre 3500?



Si ringrazia per le foto Denise Diana.

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28 Febbraio 2026 10:22 Maria Luisa Porcella Ciusa

Il 12 luglio 2025 è, sulla carta, una data storica: le Domus de Janas sono ufficialmente Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Ma dietro le celebrazioni e i brindisi di Parigi si nasconde una realtà fatta di chiaroscuri. Se è vero che 17 siti d’eccellenza entrano nel prestigioso network UNESCO, è altrettanto vero che la stragrande maggioranza delle “case delle fate” – oltre 3.500 monumenti censiti in tutta la Sardegna – rischia di restare nell’ombra, esposta a un lento e inesorabile declino.

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Domus de Janas di Seddana. Foto di Denise Diana

Il progetto “Arte e architettura della Sardegna preistorica”, guidato dalla prof.ssa Giuseppa Tanda e sostenuto dal CeSIM e dalla Regione, ha ottenuto un risultato straordinario per i 17 siti selezionati (da Anghelu Ruju a Montessu). Tuttavia, il focus esclusivo su questa ristretta cerchia solleva interrogativi urgenti sul destino degli altri ipogei.

domus de janas seddana

Domus de Janas di Seddana. Foto di Denise Diana

Mentre per le “17 elette” pioveranno finanziamenti (5 milioni dal Ministero e 15 dalla Regione), il resto del patrimonio ipogeico sardo continua a combattere una guerra silenziosa contro agenti atmosferici (le infiltrazioni d’acqua e l’erosione che sgretolano la roccia), vegetazione invasiva (radici che spaccano i setti murari e muschi che cancellano i rari bassorilievi e le incisioni neolitiche, senza contare ovviamente il vandalismo e l’incuria per quei siti non recintati, spesso usati come discariche o rifugi per il bestiame, privi di qualsiasi forma di sorveglianza o pannellistica informativa.

domus de janas seddana

Domus de Janas di Seddana. Foto di Denise Diana

La Presidente della Regione, Alessandra Todde, parla di un traguardo che “rafforza il senso di appartenenza”, ma il rischio concreto è la creazione di un’archeologia a due velocità. Da un lato, i parchi archeologici recintati e con biglietteria; dall’altro, migliaia di domus “minori” che rappresentano però il tessuto connettivo della storia preistorica sarda.

domus de janas mesadda

Domus de Janas di Mesadda. Foto di Denise Diana

Le 17 domus riconosciute dall’UNESCO sono state scelte perché considerate le più rappresentative e decorate (solo 210 in tutta l’isola presentano simboli rituali). Ma cosa succederà a quel patrimonio “diffuso” che non ha avuto la forza di entrare nel dossier di candidatura? Senza un piano di tutela globale, il rischio è che il sigillo UNESCO diventi un’isola felice in un oceano di abbandono. I 20 milioni complessivi messi in campo sono un ottimo punto di partenza per la messa in sicurezza e l’accessibilità dei siti approvati, ma non possono bastare per l’intero territorio regionale.

Il riconoscimento di Parigi deve essere interpretato non come un punto di arrivo, ma come un grido d’allarme. Se la Sardegna vuole davvero onorare la sua storia, il modello “UNESCO” deve essere esportato anche fuori dai 17 siti privilegiati. Altrimenti, tra qualche decennio, avremo 17 splendidi musei a cielo aperto circondati dalle macerie di una civiltà che non abbiamo saputo proteggere nella sua interezza.

 

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