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Dormire per guarire: il rito dell’incubazione nella Sardegna antica

Nel cuore di questo rito c’è una visione profonda della malattia: guarire non significava soltanto eliminare i sintomi, ma attraversare simbolicamente il mondo del sacro, affrontare una dimensione spirituale e ritornare trasformati.
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In un recente post, Pierluigi Montalbano racconta un aspetto affascinante della Sardegna antica: il rito dell’incubazione, una pratica che univa il sacro e la cura del corpo.
Nell’antichità, la medicina come la conosciamo oggi non esisteva: ospedali, farmaci e terapie erano concetti lontani. Eppure, già migliaia di anni fa, in Sardegna esisteva una pratica in cui i malati si recavano in luoghi sacri, spesso legati a tombe di eroi, e trascorrevano la notte dormendo su pelli di animali. Il sonno, in questo contesto, non era semplice riposo, ma un momento carico di significato terapeutico: attraverso i sogni, il divino avrebbe indicato la via della guarigione o agito direttamente sul corpo.
Come sottolinea Aristotele, il confine tra medicina e religione era sottile, e la Sardegna, percepita come terra arcaica e remota, conservava riti antichissimi, simili ai rituali dei santuari di Asclepio, ma con caratteristiche più primitive e intime.
Nel cuore di questo rito c’è una visione profonda della malattia: guarire non significava soltanto eliminare i sintomi, ma attraversare simbolicamente il mondo del sacro, affrontare una dimensione spirituale e ritornare trasformati. Il sogno, quindi, non era fuga dalla realtà, ma strumento di conoscenza e mezzo per ristabilire l’equilibrio tra corpo e anima.
Rileggendo queste pratiche antiche, emerge un messaggio chiaro: la cura può coinvolgere tutto l’essere, e il sonno, con i suoi misteri e le sue visioni, è da sempre una porta verso il benessere.
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