Perché iniziare a praticare yoga? La parola all’insegnante ogliastrina Gemma Loi
Oggi ne parliamo con l'insegnante tortoliese Gemma Loi, che da anni si dedica a questa disciplina.
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Lo yoga è una disciplina nata in India migliaia di anni fa allo scopo di migliorare la vita dei praticanti sia a livello fisico che spirituale. Non a caso la parola “yoga” significa “unione” e, nonostante molte persone oggi credano si tratti di una vera e propria attività fisica per rimettersi in forma che ti permette di accavallare le gambe dietro la testa, in realtà lo yoga resta una disciplina fortemente spirituale. Ma, soprattutto, una disciplina che tutti possono praticare. Sono tanti i motivi per cui è bene iniziare a fare yoga, basti solo pensare che spesso è utilizzato anche per combattere la depressione.
Oggi ne parliamo con l’insegnante tortoliese Gemma Loi, che da anni si dedica a questa disciplina.

Che tipologia di yoga proponi ai tuoi studenti?
Quali sono i benefici dello yoga e a chi è rivolto?

Cos’è lo yoga per te?
YOGA significa unione, diventare uno, mettere in contatto l’anima individuale con quella universale. Possiamo chiamarlo come preferiamo, universo, consapevolezza superiore, Dio, energia. Si tratta di un percorso che attraverso la rimozione di ostacoli ci permette di scoprire la nostra essenza. In un mondo sempre meno unito lasciare andare l’ego e aprirsi a qualcosa di più grande penso possa davvero fare la differenza. I motivi per i quali ci si avvicina allo yoga sono tanti. Per molti è un modo di rilassarsi, alcuni ricercano un allenamento intenso e un corpo scolpito, altri invece l’armonia interiore e l’equilibrio. C’è chi si avvicina consapevolmente alla ricerca di una crescita personale. Io penso che tutti i motivi siano validi. Come insegnante cerco di offrire un sostegno ispirato, creando lezioni sicure e stimolanti dove esplorare e sperimentare il corpo, la mente e lo spirito. Le intenzioni durante la pratica sono sempre personali.
Credi sia una disciplina adatta anche ai bambini? Se sì, perchè?
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L’aumento dei cinghiali è “colpa” dei fucili: ecco perché la caccia è il peggior rimedio possibile

Dura condanna del GrIG e della scienza al nuovo decreto regionale: la pressione dei cacciatori destabilizza i branchi e aumenta le cucciolate.
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La Regione Sardegna ha ceduto alle pressioni del mondo venatorio, aggiungendo ufficialmente una giornata supplementare al calendario di caccia: sabato 31 gennaio 2026. Il decreto assessoriale n. 3 del 23 gennaio autorizza il prelievo del cinghiale e del colombaccio, scatenando la durissima reazione delle associazioni ambientaliste. Ma al centro della polemica non c’è solo l’etica o la sicurezza pubblica; c’è un paradosso biologico che la politica sembra ignorare: la caccia è diventata il principale volano della proliferazione dei cinghiali.
Quello che Stefano Deliperi (GrIG) e la comunità scientifica denunciano è un fenomeno documentato ma sistematicamente sottovalutato: la caccia non selettiva, in particolare la “braccata”, frammenta i branchi e altera gli equilibri sociali della specie. In una struttura naturale, la presenza di una femmina dominante (matriarca) regola e sincronizza il calore delle altre, limitando di fatto le nascite. Quando i fucili eliminano i capi adulti, il branco si disgrega e le femmine giovani, private del controllo gerarchico, anticipano l’età riproduttiva. Il risultato è una strategia di sopravvivenza accelerata che porta a un aumento esplosivo del successo biologico e della capacità di colonizzare il territorio.
L’attuale emergenza non è dunque un fenomeno naturale, ma il frutto di decenni di scelte gestionali fallimentari. Tra le cause principali dell’incremento demografico e dei conseguenti danni all’agricoltura troviamo:
Ibridazione: Gli incroci passati con il maiale domestico hanno creato esemplari più prolifici e pesanti.
Pressione venatoria indiscriminata: Frammentando i gruppi, si moltiplicano i focolai riproduttivi.
Disponibilità alimentare: I rifiuti abbandonati nelle periferie urbane offrono cibo facile, riducendo la mortalità naturale.
Mentre Deliperi ricorda “l’infinito rosario di morti e feriti” causati dagli incidenti di caccia, si leva una voce corale che chiede di ascoltare la scienza. La soluzione, suggeriscono gli esperti, non risiede nel numero di bossoli lasciati sul terreno, ma nel favorire l’invecchiamento naturale della popolazione selvatica. Stabilizzare i branchi e interrompere i piani di controllo cruenti servirebbe a ricostituire equilibri demografici naturali che il fucile ha distrutto.
La vera tutela dell’agricoltura e della sicurezza dei cittadini passa per una pianificazione ecologica e una corretta gestione dei rifiuti, non per la concessione di ulteriori giornate di sparo. Continuare a combattere l’emergenza cinghiali aumentando la pressione venatoria è come cercare di spegnere un incendio gettandovi benzina: una gestione che sembra servire più a giustificare l’hobby venatorio che a proteggere la biodiversità e l’economia dell’Isola.
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