Perché iniziare a praticare yoga? La parola all’insegnante ogliastrina Gemma Loi
Oggi ne parliamo con l'insegnante tortoliese Gemma Loi, che da anni si dedica a questa disciplina.
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Lo yoga è una disciplina nata in India migliaia di anni fa allo scopo di migliorare la vita dei praticanti sia a livello fisico che spirituale. Non a caso la parola “yoga” significa “unione” e, nonostante molte persone oggi credano si tratti di una vera e propria attività fisica per rimettersi in forma che ti permette di accavallare le gambe dietro la testa, in realtà lo yoga resta una disciplina fortemente spirituale. Ma, soprattutto, una disciplina che tutti possono praticare. Sono tanti i motivi per cui è bene iniziare a fare yoga, basti solo pensare che spesso è utilizzato anche per combattere la depressione.
Oggi ne parliamo con l’insegnante tortoliese Gemma Loi, che da anni si dedica a questa disciplina.

Che tipologia di yoga proponi ai tuoi studenti?
Quali sono i benefici dello yoga e a chi è rivolto?

Cos’è lo yoga per te?
YOGA significa unione, diventare uno, mettere in contatto l’anima individuale con quella universale. Possiamo chiamarlo come preferiamo, universo, consapevolezza superiore, Dio, energia. Si tratta di un percorso che attraverso la rimozione di ostacoli ci permette di scoprire la nostra essenza. In un mondo sempre meno unito lasciare andare l’ego e aprirsi a qualcosa di più grande penso possa davvero fare la differenza. I motivi per i quali ci si avvicina allo yoga sono tanti. Per molti è un modo di rilassarsi, alcuni ricercano un allenamento intenso e un corpo scolpito, altri invece l’armonia interiore e l’equilibrio. C’è chi si avvicina consapevolmente alla ricerca di una crescita personale. Io penso che tutti i motivi siano validi. Come insegnante cerco di offrire un sostegno ispirato, creando lezioni sicure e stimolanti dove esplorare e sperimentare il corpo, la mente e lo spirito. Le intenzioni durante la pratica sono sempre personali.
Credi sia una disciplina adatta anche ai bambini? Se sì, perchè?
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Un anno senza Marco Mameli. La famiglia: “Non dimenticatelo, vogliamo chiarezza piena su quel giorno”

Il 1° marzo, per chi ha amato Marco, è il giorno in cui il tempo si è fermato. Ma è anche un giorno che chiede memoria, responsabilità e coraggio. Perché una comunità si misura non solo nella festa, ma nella capacità di non voltarsi dall’altra parte quando la vita di uno dei suoi figli viene spezzata.
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Il 1° marzo non è una data qualsiasi per la famiglia di Marco Mameli. Non è solo un giorno sul calendario, ma il ricordo di una notte che ha spezzato una vita e cambiato per sempre il destino di chi gli voleva bene.
Marco aveva 22 anni. Era uscito di casa con il sorriso, quella sera, per partecipare ai festeggiamenti di Carnevale a Bari Sardo. Doveva essere una serata di musica, maschere e spensieratezza. Una notte come tante, di quelle che si ricordano per una risata in più, per un abbraccio tra amici. E invece, quella notte, Marco non è più tornato a casa.
Pochi giorni fa la madre, Simona Campus, ha affidato ai social uno sfogo che è insieme dolore e denuncia:
«Marco è uscito di casa col sorriso quella sera del primo marzo per andare alla festa di Carnevale e non è più tornato. Lì ha incontrato il mostro che gli ha stroncato la vita, lì in mezzo a tante persone. Persone che anche davanti all’evidenza mentono, dicono di non ricordare cosa sia successo. Se fosse dipeso dalle persone lì presenti Marco sarebbe morto senza una verità, senza un colpevole, senza giustizia».
Parole che pesano come macigni. Perché oltre al lutto, oltre all’assenza che divora ogni giorno, c’è stato anche il silenzio.
«Come può qualcuno non ricordare quelle urla, il panico, un coltello, un ragazzo lasciato cadere a terra? Come si può dimenticare un omicidio avvenuto a pochi passi da sé?» scrive ancora la madre. Domande che non cercano solo risposte giudiziarie, ma interrogano le coscienze.
Per mesi non c’è stato alcun indagato. Non perché mancasse un colpevole, ma – sostiene la famiglia – perché la verità sarebbe rimasta schiacciata sotto una montagna di silenzi e bugie. Una coltre di omissioni che rischiava di cancellare non solo la dinamica dei fatti, ma la dignità stessa di una giovane vita spezzata.
La famiglia chiede che non cali l’attenzione, che chi sa parli, che venga fatta piena chiarezza su quella notte di Carnevale. Non c’è rabbia nelle loro parole, ma la determinazione di chi pretende verità per un figlio strappato troppo presto alla vita.
Marco aveva 22 anni. Aveva un sorriso che tutti ricordano. E oggi, mentre il 1° marzo si avvicina, la sua famiglia rinnova una richiesta semplice e forte: giustizia. Perché il suo nome non venga dimenticato. Perché la verità non resti nell’ombra.
Il 1° marzo, per chi ha amato Marco, è il giorno in cui il tempo si è fermato. Ma è anche un giorno che chiede memoria, responsabilità e coraggio. Perché una comunità si misura non solo nella festa, ma nella capacità di non voltarsi dall’altra parte quando la vita di uno dei suoi figli viene spezzata.
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