Accadde oggi: 30 novembre 1979, esce l’album The Wall, capolavoro dei Pink Floyd
Il capolavoro del gruppo inglese è uscito il 30 Novembre del 1979. Si tratta di un'opera rock incentrata sulla storia di un personaggio fittizio: una rockstar di nome Pink che, a causa di una serie di traumi psicologici, arriva a costruirsi un "muro" mentale attorno ai propri sentimenti dietro al quale si isola. Il successo fu enorme: si tratta di uno degli album doppi più venduti nella storia. Ma ancora tanti muri dividono il pianeta.
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Il capolavoro del gruppo inglese è uscito il 30 Novembre del 1979.
Si tratta di un’opera rock incentrata sulla storia di un personaggio fittizio: una rockstar di nome Pink che, a causa di una serie di traumi psicologici, arriva a costruirsi un “muro” mentale attorno ai propri sentimenti dietro al quale si isola. I disagi, soprattutto infantili, che portano Pink a questa scelta drammatica sono la morte del padre verso la fine della seconda guerra mondiale, la madre iperprotettiva, gli insegnanti scolastici eccessivamente autoritari ed avvezzi alle punizioni corporali e i tradimenti della moglie.
Il brano simbolo del disco è Another brick in the wall, il brano in cui il coro di bambini chiede agli insegnanti di lasciare stare i ragazzi da soli, di non indottrinarli.
Il successo fu enorme: si tratta di uno degli album doppi più venduti nella storia.
Nel 1982 uscirà il film del regista Alan Parker, Pink Floyd The Wall, con Bob Geldof nei panni del protagonista. Dieci anni dopo la sua realizzazione, The Wall divenne un simbolo: Waters fu chiamato a Berlino, un anno dopo la caduta del Muro, a suonare il suo album. Ma ancora tanti muri dividono il pianeta.
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I molari giganti dell’uomo di Corbeddu: nelle grotte di Oliena ritrovata la mascella di un sardo misterioso

L'analisi di Andrea Loddo su un reperto eccezionale: un uomo modellato dall'isolamento millenario, con una mascella unica in Europa.
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Nel silenzio millenario della Grotta Corbeddu, tra le aspre montagne di Oliena, la terra ha restituito un segreto che scuote le fondamenta della paleoantropologia europea. Si tratta di una mascella umana risalente a circa 15.000 anni fa, ma con caratteristiche così peculiari da non somigliare a nessun altro reperto mai rinvenuto nel continente.
Secondo lo studio pionieristico di Spoor e Sondaar (1986), i resti presentano dati morfologici impressionanti. L’elemento che balza subito all’occhio è la dimensione dei molari: enormi, sensibilmente più grandi di quelli dei Sapiens mesolitici e persino superiori alla media dei campioni paleolitici continentali.

Grafica dallo studio di Spoon e Sondaar
Ma non è solo una questione di grandezza. La mascella rivela un apparato masticatorio di potenza inaudita, caratterizzato da: palato stretto e profondo, una conformazione strutturale specifica; osso zigomatico robusto, indice di inserzioni muscolari estremamente sviluppate. Tutto suggerisce un individuo abituato a una dieta durissima e particolare, modellata dall’ambiente isolano.
I resti sono stati rinvenuti in strati associati alla fauna pleistocenica sarda, un ecosistema popolato da specie oggi estinte come il Prolagus sardus (il piccolo lagomorfo preistorico) e il Cynotherium sardous (il cane selvatico locale).
Questo contesto ha portato gli studiosi a formulare un’ipotesi affascinante: proprio come i cervi nani e gli altri animali unici della Sardegna, anche l’uomo potrebbe aver subito un processo di endemismo. L’isolamento geografico per migliaia di anni avrebbe spinto i primi sardi lungo un percorso evolutivo indipendente, creando una variante umana “autoctona” modellata dalle risorse e dalle sfide dell’Isola.
Questa mascella dai molari giganti non appartiene a un visitatore occasionale, ma a un testimone di una presenza umana antichissima, una radice profonda che precede di millenni l’era dei nuraghi. «La storia della nostra terra è molto più profonda di quanto ci abbiano insegnato», afferma Andrea Loddo, studioso e profondo conoscitore della civiltà nuragica. «Volevo ringraziare il paleontologo Daniel Zoboli per avermi fornito materiale prezioso su questo unico reperto osseo». Il reperto di Corbeddu apre una voragine di domande sulla nostra identità: se l’evoluzione ha seguito una strada propria in Sardegna, quante altre “specie” o varianti umane hanno abitato le nostre grotte prima della storia conosciuta?
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