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Il 12 luglio 2025 è, sulla carta, una data storica: le Domus de Janas sono ufficialmente Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Ma dietro le celebrazioni e i brindisi di Parigi si nasconde una realtà fatta di chiaroscuri. Se è vero che 17 siti d’eccellenza entrano nel prestigioso network UNESCO, è altrettanto vero che la stragrande maggioranza delle “case delle fate” – oltre 3.500 monumenti censiti in tutta la Sardegna – rischia di restare nell’ombra, esposta a un lento e inesorabile declino.

Domus de Janas di Seddana. Foto di Denise Diana
Il progetto “Arte e architettura della Sardegna preistorica”, guidato dalla prof.ssa Giuseppa Tanda e sostenuto dal CeSIM e dalla Regione, ha ottenuto un risultato straordinario per i 17 siti selezionati (da Anghelu Ruju a Montessu). Tuttavia, il focus esclusivo su questa ristretta cerchia solleva interrogativi urgenti sul destino degli altri ipogei.

Domus de Janas di Seddana. Foto di Denise Diana
Mentre per le “17 elette” pioveranno finanziamenti (5 milioni dal Ministero e 15 dalla Regione), il resto del patrimonio ipogeico sardo continua a combattere una guerra silenziosa contro agenti atmosferici (le infiltrazioni d’acqua e l’erosione che sgretolano la roccia), vegetazione invasiva (radici che spaccano i setti murari e muschi che cancellano i rari bassorilievi e le incisioni neolitiche, senza contare ovviamente il vandalismo e l’incuria per quei siti non recintati, spesso usati come discariche o rifugi per il bestiame, privi di qualsiasi forma di sorveglianza o pannellistica informativa.

Domus de Janas di Seddana. Foto di Denise Diana
La Presidente della Regione, Alessandra Todde, parla di un traguardo che “rafforza il senso di appartenenza”, ma il rischio concreto è la creazione di un’archeologia a due velocità. Da un lato, i parchi archeologici recintati e con biglietteria; dall’altro, migliaia di domus “minori” che rappresentano però il tessuto connettivo della storia preistorica sarda.

Domus de Janas di Mesadda. Foto di Denise Diana
Le 17 domus riconosciute dall’UNESCO sono state scelte perché considerate le più rappresentative e decorate (solo 210 in tutta l’isola presentano simboli rituali). Ma cosa succederà a quel patrimonio “diffuso” che non ha avuto la forza di entrare nel dossier di candidatura? Senza un piano di tutela globale, il rischio è che il sigillo UNESCO diventi un’isola felice in un oceano di abbandono. I 20 milioni complessivi messi in campo sono un ottimo punto di partenza per la messa in sicurezza e l’accessibilità dei siti approvati, ma non possono bastare per l’intero territorio regionale.
Il riconoscimento di Parigi deve essere interpretato non come un punto di arrivo, ma come un grido d’allarme. Se la Sardegna vuole davvero onorare la sua storia, il modello “UNESCO” deve essere esportato anche fuori dai 17 siti privilegiati. Altrimenti, tra qualche decennio, avremo 17 splendidi musei a cielo aperto circondati dalle macerie di una civiltà che non abbiamo saputo proteggere nella sua interezza.