Ancora due auto a fuoco nell’hinterland cagliaritano
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Le ferite aperte nel terreno a Niscemi in questo 2026 proiettano un’ombra lunga che arriva fino alle montagne dell’Ogliastra. Le immagini delle crepe che squarciano l’asfalto e delle case che si inclinano in Sicilia non sono una novità per chi conosce la Sardegna: sono lo specchio fedele di Gairo Vecchia, il profilo spettrale di un borgo che nel 1951 dovette dichiarare la resa definitiva alla montagna.

Gairo Vecchio PH Michela Girardi per Vistanet
Cosa lega una cittadina siciliana di oggi a un paese fantasma abbandonato settantacinque anni fa? Ce lo spiega il geologo Luigi Sanciu: il filo conduttore è la fragilità geologica di un’Italia che sembra costruita sull’argilla. A Niscemi l’emergenza attuale è figlia di un mix instabile di sabbie e argille su pendii scoscesi. Quando le piogge eccezionali saturano il terreno, questo perde l’attrito necessario a restare ancorato alla roccia sottostante, trasformandosi in un fiume di terra che scivola inesorabilmente verso valle, trascinando con sé fondamenta e ricordi.

Foto Ansa
Il caso di Gairo Vecchia rappresenta, in questo senso, la “lezione del passato” rimasta inascoltata. In quel borgo il vero regista del disastro fu il Rio Pardu. Per millenni l’azione erosiva del fiume ha scavato la base del versante, indebolendo rocce scistose già profondamente fratturate. Quando l’alluvione del 1951 colpì l’isola, il suolo non fu più in grado di reggere il peso delle abitazioni. Il risultato è quella città di pietra silenziosa che vediamo oggi: un monito permanente su cosa accade quando una comunità è costretta a fuggire per rifondare il proprio futuro più in alto.
In entrambi i casi, il protagonista assoluto è l’acqua. Non si tratta di una forza “malvagia”, ma di un elemento che segue semplicemente le leggi della fisica, cercando la via più rapida per scendere verso il mare. Il problema sorge quando questa forza incontra centri abitati edificati su equilibri precari. Ieri in Sardegna, oggi in Sicilia, il risultato non cambia: la perdita di identità, la distruzione del territorio e il rischio costante per le vite umane. Gairo e Niscemi ci ricordano che, senza una gestione consapevole del rischio idrogeologico, la storia è destinata a ripetersi, lasciando dietro di sé solo ruderi e malinconia.