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La Regione Sardegna ha ceduto alle pressioni del mondo venatorio, aggiungendo ufficialmente una giornata supplementare al calendario di caccia: sabato 31 gennaio 2026. Il decreto assessoriale n. 3 del 23 gennaio autorizza il prelievo del cinghiale e del colombaccio, scatenando la durissima reazione delle associazioni ambientaliste. Ma al centro della polemica non c’è solo l’etica o la sicurezza pubblica; c’è un paradosso biologico che la politica sembra ignorare: la caccia è diventata il principale volano della proliferazione dei cinghiali.
Quello che Stefano Deliperi (GrIG) e la comunità scientifica denunciano è un fenomeno documentato ma sistematicamente sottovalutato: la caccia non selettiva, in particolare la “braccata”, frammenta i branchi e altera gli equilibri sociali della specie. In una struttura naturale, la presenza di una femmina dominante (matriarca) regola e sincronizza il calore delle altre, limitando di fatto le nascite. Quando i fucili eliminano i capi adulti, il branco si disgrega e le femmine giovani, private del controllo gerarchico, anticipano l’età riproduttiva. Il risultato è una strategia di sopravvivenza accelerata che porta a un aumento esplosivo del successo biologico e della capacità di colonizzare il territorio.
L’attuale emergenza non è dunque un fenomeno naturale, ma il frutto di decenni di scelte gestionali fallimentari. Tra le cause principali dell’incremento demografico e dei conseguenti danni all’agricoltura troviamo:
Ibridazione: Gli incroci passati con il maiale domestico hanno creato esemplari più prolifici e pesanti.
Pressione venatoria indiscriminata: Frammentando i gruppi, si moltiplicano i focolai riproduttivi.
Disponibilità alimentare: I rifiuti abbandonati nelle periferie urbane offrono cibo facile, riducendo la mortalità naturale.
Mentre Deliperi ricorda “l’infinito rosario di morti e feriti” causati dagli incidenti di caccia, si leva una voce corale che chiede di ascoltare la scienza. La soluzione, suggeriscono gli esperti, non risiede nel numero di bossoli lasciati sul terreno, ma nel favorire l’invecchiamento naturale della popolazione selvatica. Stabilizzare i branchi e interrompere i piani di controllo cruenti servirebbe a ricostituire equilibri demografici naturali che il fucile ha distrutto.
La vera tutela dell’agricoltura e della sicurezza dei cittadini passa per una pianificazione ecologica e una corretta gestione dei rifiuti, non per la concessione di ulteriori giornate di sparo. Continuare a combattere l’emergenza cinghiali aumentando la pressione venatoria è come cercare di spegnere un incendio gettandovi benzina: una gestione che sembra servire più a giustificare l’hobby venatorio che a proteggere la biodiversità e l’economia dell’Isola.