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Il buio della Barbagia è stato squarciato, ancora una volta, dal calore ancestrale di Su Presperu. Con l’accensione dei fuochi votivi in onore di Sant’Antonio Abate, Orotelli ha dato ufficialmente il via al ciclo del suo Carnevale, trasformando piazza Sant’Antonio in un teatro a cielo aperto dove fede, identità e mistero si fondono sotto la luce delle scintille.

Foto di Francesca Mu
Il momento più atteso, carico di una tensione rituale quasi palpabile, è stata la prima uscita stagionale dei Thurpos. Le maschere simbolo di Orotelli — il cui nome evoca la cecità — sono tornate a calcare le strade del paese nel loro abbigliamento essenziale e drammatico: il pesante cappotto di orbace nero (su gabbanu), il volto oscurato dalla cenere di sughero e il suono ritmico dei campanacci.
Muoversi in gruppi di tre non è una scelta casuale, ma la messa in scena di un’arcaica fatica agricola: due Thurpos aggiogati che trainano un aratro di legno, guidati dal terzo che funge da pastore. Un’esibizione che trascende lo spettacolo, rappresentando il legame viscerale tra l’uomo, l’animale e la terra madre.
Attorno a “su fogu”, il cuore della festa è stata la condivisione. Grazie all’impegno della Pro Loco cittadina, i presenti hanno potuto gustare su Pistiddu, il dolce tipico locale preparato secondo l’antica ricetta, simbolo della dolcezza che sfida il rigore dell’inverno.
Le celebrazioni, iniziate con la vigilia, continuano oggi, sabato 17 gennaio. Dopo la Messa solenne del mattino, la comunità nel tardo pomeriggio si prepara a ritrovarsi nuovamente intorno al grande falò. La festa di Sant’Antonio ’e su focu a Orotelli non è una semplice ricorrenza religiosa, ma un confine magico. Con le braci che ancora ardono e il passaggio dei Thurpos, il paese riafferma la propria forza culturale, lanciando un ponte tra il passato pastorale e il presente, in un abbraccio collettivo che profuma di fumo, cenere e libertà.