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Delitto di San Sperate: il verdetto d’appello blinda l’ergastolo per Sollai ma riscrive le aggravanti della tragedia.
La drammatica vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Francesca Deidda, la donna svanita nel nulla da San Sperate il 10 maggio 2024, ha raggiunto un nuovo e decisivo snodo processuale presso la Corte d’assise d’appello di Cagliari; i giudici, presieduti dal magistrato Giovanni Lavena con a latere il consigliere Dario De Luca, hanno infatti emesso una sentenza che conferma la massima pena del carcere a vita nei confronti di Igor Sollai, il quarantatreenne attualmente detenuto con le pesanti accuse di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere.
Nonostante la conferma dell’ergastolo, il verdetto ha introdotto una variazione di rilievo rispetto al giudizio precedente, decidendo di escludere l’aggravante della crudeltà e negando il risarcimento agli zii della vittima che si erano costituiti parte civile, pur mantenendo invece il diritto all’indennizzo per il fratello della giovane donna; il procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio, aveva d’altronde chiesto con fermezza la conferma del carcere a vita, sollecitando inoltre l’applicazione di un anno di isolamento diurno e sottolineando la necessità di non concedere alcuno sconto di pena all’imputato.
La pubblica accusa ha insistito nel richiedere il riconoscimento di tutte le aggravanti già individuate nella sentenza di primo grado, ovvero la premeditazione, il vincolo coniugale, la crudeltà e la minorata difesa, delineando un quadro criminale di estrema gravità che ha portato al ritrovamento dei resti della vittima il 18 luglio successivo, sigillati all’interno di un borsone abbandonato tra la vegetazione nelle campagne tra Sinnai e San Vito, in prossimità della vecchia statale 125 orientale sarda; Sollai, presente in aula durante il dibattimento, per lunghi mesi aveva cercato di depistare le ricerche sostenendo la tesi di un allontanamento volontario della consorte, decidendo di confessare le proprie responsabilità soltanto quando la mole di prove raccolta dagli inquirenti era divenuta ormai schiacciante.
Tuttavia, la sua ammissione di colpa non è stata totale, poiché l’uomo non ha mai rivelato dove avesse occultato l’arma del delitto, presumibilmente un martello da muratore, né ha mai fatto ritrovare il telefonino della moglie; elementi inquietanti sono emersi anche dall’analisi delle attività digitali dell’uomo, con Patronaggio che ha ricordato come Sollai avesse effettuato ricerche mirate su come uccidere la moglie e nascondere velocemente un corpo, su come scavare una fossa e su quale tipo di reazione avrebbe avuto una vittima colpita con violenza alla testa, arrivando persino a consultare siti per l’acquisto di cianuro. Durante l’arringa finale, la difesa non ha inteso contestare la gravità o le modalità dell’omicidio, ma ha focalizzato la propria strategia sul ridimensionamento del castigo attraverso l’appello contro le aggravanti, sostenendo l’assenza della premeditazione, della minorata difesa e della crudeltà, ottenendo in questa sede solo l’esclusione di quest’ultima nel contesto di una condanna che resta comunque ferma sull’ergastolo per l’orrore consumatosi a San Sperate.