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L’incredibile storia di Lord Brassey e della sua villa davanti alle dune di Piscinas.
L’eco di un impero tra le dune: il tramonto dorato di Lord Brassey a Villa Idina.
Nel cuore selvaggio della Sardegna sud-occidentale, dove il vento di maestrale modella le dune di Piscinas e il tempo sembra essersi fermato all’epoca febbrile delle estrazioni, si staglia il profilo di un’eleganza architettonica straniera e malinconica: Villa Idina.
Conosciuta anche come Villa Ginestra, questa dimora non è soltanto un edificio in rovina, ma il testamento di un’epoca in cui l’aristocrazia britannica legava indissolubilmente il proprio destino alle viscere metallifere dell’Isola; la sua costruzione, attestata attorno al 1907 presso il villaggio di Pitzinurri a sud-est di Ingurtosu, rappresenta l’apice del potere della Società Mineraria Pertusola, di cui il Barone Lord Brassey era l’autorevole amministratore.
Lord Brassey, politico inglese di spicco nato nel 1863 e scomparso tragicamente nel 1919, investito da un taxi a Londra, scelse questo angolo di Sardegna come rifugio prediletto per i soggiorni isolani insieme alla consorte, Lady Idina, vissuta tra il 1865 e il 1951; la villa era la loro residenza estiva, un frammento di Inghilterra trapiantato tra i corbezzoli e il granito, pensata per riflettere il prestigio di un uomo che univa il pragmatismo industriale al lignaggio nobiliare. La facciata occidentale della struttura era il cuore della loro privacy, aprendosi scenograficamente su un giardino organizzato a gradoni che veniva meticolosamente ripulito dagli alberi ad alto fusto; tale accorgimento non era casuale, poiché serviva a garantire che nulla impedisse ai coniugi Brassey di godere dello splendido panorama verso la costa, immaginando i due mentre sorseggiano il tè nel loggiato in un tiepido pomeriggio di primavera del 1901, immersi nel silenzio interrotto solo dal richiamo dei minatori in lontananza.
Il destino del Barone fu però segnato da una fine brusca e ironica per un uomo abituato ai grandi spazi e alle sfide industriali: morì a soli 56 anni, nel novembre del 1919, dopo essere stato investito da un taxi a Londra senza aver mai avuto discendenti. Con la sua scomparsa, Villa Idina perse il calore domestico per assumere il ruolo di algido edificio di rappresentanza, venendo successivamente adibita a foresteria per gli ospiti di riguardo della compagnia mineraria; architettonicamente, l’edificio a pianta rettangolare si distingue per linee semplici ed eleganti, sviluppandosi su tre livelli sul lato occidentale e su due sulla facciata orientale, mostrando evidenti richiami allo stile Liberty tipico dei paesi nord-europei e, in particolare, di quello anglosassone, i cui elementi distintivi si ritrovano nella chiostrina e nel prodromo in facciata. La struttura portante, caratterizzata da finestre rettangolari disposte simmetricamente sui quattro lati, è costituita da muri in pietra da taglio con un paramento esterno listellato di rara maestria; una particolarità della villa, oggi purtroppo andata perduta, era rappresentata dal tetto a vetrata che ricopriva il piccolo chiostro interno, mentre la copertura a capanna con orditura in legno era completata da un piano di posa in incannucciato su cui poggiavano i coppi.
Varcando l’ingresso, ci si imbatteva originariamente in una chiostrina coperta da un lucernaio, dove una scala ad L conduceva con grazia al piano superiore e alla zona notte, mentre sul lato dell’edificio una gradinata esterna permetteva di scendere al piano inferiore; quest’ultimo era costituito da un portico coperto dal terrazzo e comunicava strategicamente con un corpo accessorio e con una serie affiancata di vani destinati alla servitù, secondo la rigida gerarchia sociale dell’epoca. Tuttavia, il declino era alle porte e, a seguito della profonda crisi mineraria degli anni ’50, gli insediamenti della zona vennero progressivamente abbandonati; Villa Idina seguì la medesima sorte a partire dal 1960, scivolando in un oblio che ne ha trasformato l’opulenza in un’affascinante rovina.
Attualmente, della costruzione restano le murature tenaci, parte degli intonaci e della copertura, i solai, le scale e le tracce malinconiche dei caminetti che un tempo riscaldavano le serate dei Brassey; tra gli elementi decorativi interni ancora visibili, si possono scorgere i rilievi in stucco nei soffitti dei vani principali e le mensole in ghisa che sostengono il telaio del lucernaio, testimoni di un gusto estetico che non si arrendeva alla funzionalità industriale. All’esterno, resistono ancora le colonne in laterizio che sorreggono le coperture del terrazzo e del prodromo, insieme agli elementi sagomati in legno che sostengono l’aggetto del tetto e la grondaia in lamiera zincata; ogni infisso esterno, rigorosamente architravato, vanta stipiti costituiti da conci in granito disposti alternativamente di fianco e di testa, un ultimo dettaglio di forza marmorea che sfida il tempo e l’abbandono in questo teatro silenzioso della storia mineraria sarda.
(Foto Sardegna Abbandonata)