A 100 giorni dall’elezione Trump rimpiange i tempi andati. “Pensavo fosse più facile. Ora il lavoro è aumentato”
Troppo lavoro, zero privacy, nessuna libertà e questioni troppo complesse da gestire. E’ questo il bilancio che emerge dalle dichiarazioni rilasciate alla Reuters per i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un vero
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Troppo lavoro, zero privacy, nessuna libertà e questioni troppo complesse da gestire. E’ questo il bilancio che emerge dalle dichiarazioni rilasciate alla Reuters per i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Un vero e proprio sfogo durante il quale Trump mostra di non essere affatto felice della piega presa dalla sua vita in seguito all’elezione.
A pesare maggiormente la nostalgia per la sua vita da uomo “libero”. «Pensavo che fare il presidente fosse più facile. Amavo la mia vita precedente: avevo così tante cose da fare, ma attualmente ho più lavoro di prima, pensavo fosse più facile. Mi piace lavorare, ma effettivamente ora il lavoro è di più».
E a mancargli, oltre a possibilità semplici come quella di guidare una macchina la privacy. «Anche nella mia vita precedente ne avevo poca, perché come sapete sono stato famoso a lungo, ma davvero quella attuale è molta meno privacy di quanta ne abbia mai avuta. È qualcosa di davvero incredibile. Allo stesso tempo sei dentro al tuo stesso bozzolo perché c’è una tale quantità di protezione che davvero non puoi andare da nessuna parte».
Troppe e inattese poi le questioni da affrontare, come la questione della sanità, un argomento “incredibilmente articolato” che non si aspettava “potesse essere così complicata”.
Riguardo alle tensioni con la Corea del Nord, sempre più determinata a lottare contro il nemico americano, Trump ammette la «possibilità» che esploda “un grande, grande conflitto”. Anche in questo caso non si aspettava che la situazione avrebbe preso una piega così grave, ma ammette che la possibilità di una soluzione diplomatica sarebbe davvero molto difficile.
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Come si dice “orologio” in sardo e da dove deriva questa parola?

Sapete come si dice "orologio" nella variante sarda campidanese?
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Sapete come si dice “orologio” nella variante sarda campidanese?
Sapete come si dice orologio nella variante sarda campidanese? Basta questa semplice domanda per aprire una finestra affascinante su una lingua che è una vera e propria cassa di risonanza della storia e delle tradizioni dell’isola, un patrimonio vivo che, con il suo bagaglio ricco di sfumature derivanti dalle tante dominazioni che si sono susseguite nei secoli, continua ad arricchirsi di vocaboli unici capaci di assumere, nelle diverse varianti locali, significati e suoni particolari.
È proprio in questo intreccio di influssi e identità che nasce una curiosità linguistica capace di strappare un sorriso e di far apprezzare ancora di più la bellezza del sardo: in campidanese orologio si dice Arrelogiu, una parola che sembra quasi riprodurre il suono e il ritmo del tempo che scorre, con quella musicalità che richiama il ticchettio delle lancette; e non finisce qui, perché esiste anche la variante Arralogiu, che con la sua cadenza morbida e avvolgente suona come un’eco del passato, un piccolo ponte sonoro tra epoche lontane e presente quotidiano.
Le sorprese non si fermano al semplice orologio da polso o da parete, poiché anche la clessidra, che è pur sempre un tipo di orologio, trova spazio nel lessico sardo con espressioni suggestive come Arrelogiu de acua o Arrelogiu de arena, a seconda che si parli dello strumento che utilizza l’acqua o di quello che misura il tempo con la sabbia; termini che raccontano non solo un oggetto, ma un modo antico e poetico di percepire lo scorrere dei minuti. Ma da dove deriva questa parola così sonora e particolare; la risposta conduce oltre il mare, fino allo spagnolo reloj, un termine che ha attraversato i secoli e si è radicato nel lessico sardo, lasciando tracce evidenti di una storia fatta di incontri, scambi e dominazioni, e unendo l’isola al percorso linguistico di tanti altri popoli del Mediterraneo.
Così un semplice orologio diventa molto più di uno strumento per misurare le ore: diventa un viaggio nel tempo e nella lingua, un piccolo scrigno di curiosità che custodisce memoria, identità e quella capacità tutta sarda di trasformare anche le parole di ogni giorno in racconti affascinanti e pieni di ritmo.
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