A 100 giorni dall’elezione Trump rimpiange i tempi andati. “Pensavo fosse più facile. Ora il lavoro è aumentato”
Troppo lavoro, zero privacy, nessuna libertà e questioni troppo complesse da gestire. E’ questo il bilancio che emerge dalle dichiarazioni rilasciate alla Reuters per i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un vero
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Troppo lavoro, zero privacy, nessuna libertà e questioni troppo complesse da gestire. E’ questo il bilancio che emerge dalle dichiarazioni rilasciate alla Reuters per i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Un vero e proprio sfogo durante il quale Trump mostra di non essere affatto felice della piega presa dalla sua vita in seguito all’elezione.
A pesare maggiormente la nostalgia per la sua vita da uomo “libero”. «Pensavo che fare il presidente fosse più facile. Amavo la mia vita precedente: avevo così tante cose da fare, ma attualmente ho più lavoro di prima, pensavo fosse più facile. Mi piace lavorare, ma effettivamente ora il lavoro è di più».
E a mancargli, oltre a possibilità semplici come quella di guidare una macchina la privacy. «Anche nella mia vita precedente ne avevo poca, perché come sapete sono stato famoso a lungo, ma davvero quella attuale è molta meno privacy di quanta ne abbia mai avuta. È qualcosa di davvero incredibile. Allo stesso tempo sei dentro al tuo stesso bozzolo perché c’è una tale quantità di protezione che davvero non puoi andare da nessuna parte».
Troppe e inattese poi le questioni da affrontare, come la questione della sanità, un argomento “incredibilmente articolato” che non si aspettava “potesse essere così complicata”.
Riguardo alle tensioni con la Corea del Nord, sempre più determinata a lottare contro il nemico americano, Trump ammette la «possibilità» che esploda “un grande, grande conflitto”. Anche in questo caso non si aspettava che la situazione avrebbe preso una piega così grave, ma ammette che la possibilità di una soluzione diplomatica sarebbe davvero molto difficile.
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L’ICE minaccia la troupe di Rai 3: terrore a Minneapolis per la giornalista sarda Laura Cappon

Minacce choc dagli agenti federali USA contro la troupe di Rai 3. La cronista di Guspini finisce nel mirino dell'Ice: è scontro politico tra Roma e Washington.
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«Spaccheremo il finestrino e vi trascineremo fuori». Non è la battuta di un film d’azione, ma la minaccia diretta rivolta dagli agenti dell’Ice (l’agenzia statunitense che contrasta l’immigrazione illegale) a Laura Cappon, stimata giornalista originaria di Guspini, e al collega Daniele Babbo.
L’inviata di In Mezz’ora (Rai 3), nata e cresciuta nel Medio Campidano prima di trasferirsi a Bologna per gli studi e scalare i vertici del giornalismo d’inchiesta nazionale (collaborando con Domani e Il Fatto Quotidiano), si è trovata intrappolata in un vero e proprio agguato stradale mentre documentava le operazioni federali in Minnesota.
Il video dello scontro, diffuso sui canali social del programma, è agghiacciante. L’auto della troupe Rai viene bloccata da due mezzi dell’Ice: uno davanti, uno dietro. «Siamo intrappolati», spiega con lucidità Laura Cappon mentre la tensione sale. Nonostante la giornalista ribadisca più volte la propria identità professionale — «Press. We are press italian» — tre agenti si avvicinano minacciosi.
La reazione dei federali è violenta: l’ordine è di smettere di filmare e sparire, pena l’uso della forza bruta. Un’intimidazione che colpisce una professionista che ha sempre portato nel suo lavoro la tempra e la determinazione delle sue radici sarde, ora testimone di un’escalation di violenza che sta scuotendo l’America.
Il caso è diventato immediatamente un affare di Stato. In Italia, la solidarietà verso la cronista guspinese è unanime, ma le opposizioni incalzano il Governo. Sandro Ruotolo (PD) parla di «fatto gravissimo e inaccettabile contro chi stava semplicemente documentando i fatti», chiedendo alla Premier Meloni di rompere il silenzio. Matteo Renzi (Italia Viva), definisce le minacce «respingibili con forza» e sollecita l’intervento del Ministro degli Esteri Tajani. Angelo Bonelli (AVS), usa toni ancora più duri, parlando di «intimidazioni mafiose» in un contesto di «deriva autoritaria» sotto l’amministrazione Trump, esigendo che la dignità dell’Italia venga prima delle alleanze ideologiche.
Laura Cappon non è nuova a scenari complessi, avendo seguito per anni le vicende più calde del Medio Oriente e della politica internazionale. Oggi, quella determinazione forgiata nel cuore della Sardegna si scontra con la realtà militarizzata di Minneapolis, sollevando un interrogativo globale sulla libertà di stampa e la sicurezza degli inviati italiani all’estero.
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