San Sperate. Esplode la canna fumaria. Fiamme a casa del centenario Tziu Giuliu
canale WhatsApp

Quando il nuraghe di Barumini era ricoperto da una montagna di terra.
L’archeologo che liberò il gigante: Giovanni Lilliu e l’epopea di Su Nuraxi.
Il profilo di quella collinetta, nota ai locali come Brunku Su Nuraxi, svettava sul paesaggio di Barumini come un enigma muto, un rilievo troppo simmetrico per essere un semplice capriccio della natura; eppure, prima che la piccozza della storia ne scalfisse la superficie, nessuno avrebbe osato immaginare che quella “montagnola” celasse uno scrigno di civiltà millenaria sepolto sotto strati di oblio.
Per il giovane Giovanni Lilliu, quel luogo non era solo un orizzonte geografico, ma un’ossessione viscerale nutrita dai racconti degli anziani. Su quella collina Lilliu andava a giocare e lanciando dei sassolini nei buchi di alcune cavità capì subito che lì si celava qualcosa di grandioso.
La fascinazione di Lilliu non si spense nemmeno quando la vita lo portò lontano dai sentieri polverosi di Barumini, dai salesiani di Lanusei e Frascati fino alle aule della Sapienza di Roma, cuore pulsante della cultura fascista; anzi, ogni estate il richiamo della collina si faceva più fisico, trasformando gradualmente le fantasie infantili in una rigorosa curiosità scientifica che lo spingeva a coordinare estemporanee esplorazioni con gli amici. Mentre il regime imponeva il culto della classicità romana, Lilliu volgeva lo sguardo ostinatamente verso la sua terra, firmando una tesi sulla religione preistorica sarda che folgorò Raffaele Pettazzoni e ponendo le basi per quella che sarebbe stata la prima descrizione sistematica del sito. Il ritorno nell’isola nel 1943 come funzionario della Soprintendenza segnò l’inizio di una crociata per ottenere fondi e permessi, culminata nel 1949 quando convinse il proprietario del terreno, Oreste Sanna, a finanziare un primo saggio di scavo.
L’intuizione si trasformò in trionfo il 14 maggio 1951, data d’inizio di una campagna sistematica che, protraendosi fino al 1956, portò alla luce un complesso monumentale di un’imponenza inaudita: una maestosa torre centrale cinta da bastioni e quattro torri periferiche orientate ai punti cardinali, protette da una seconda cinta muraria con sette torri di raccordo. Ai piedi di questa fortezza, emerse un villaggio dotato di un primordiale sistema idrico-fognario e di un tessuto urbanistico labirintico, testimonianza di una vita quotidiana e sociale vibrante che abbracciava ben due millenni di storia, dal nuragico arcaico all’epoca romana imperiale.
Questa scoperta non fu solo un evento archeologico, ma una rivoluzione copernicana che restituì piena dignità alla cultura nuragica, elevandola da fenomeno periferico a civiltà d’avanguardia capace di soluzioni architettoniche ardite; l’eco del ritrovamento consacrò Lilliu come punto di riferimento per l’archeologia protomediterranea, proiettandolo verso la cattedra di Antichità Sarde e la presidenza della facoltà di Lettere e Filosofia a Cagliari. Oltre l’accademia, l’archeologo si fece politico tra le fila democristiane, lottando contro la subalternità dei partiti regionali verso Roma e teorizzando la “Costante Resistenziale Sarda”, una visione storica che vedeva nel popolo sardo una dicotomia eterna tra i collaborazionisti costieri e i “montanari” delle Barbagie, custodi della tradizione più autentica.
Nonostante il dibattito acceso e le critiche a certi suoi manicheismi ideologici, la figura di Lilliu rimase quella di un intellettuale unico, capace di unire il conservatorismo radicale all’uso pionieristico del Carbonio 14 e della stratigrafia scientifica. Accademico dei Lincei e Professore emerito, visse abbastanza per vedere la sua creatura, Su Nuraxi, entrare nel 2000 nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO e per battezzare idealmente nel 2006 il Nuraxi ‘e Cresia, prima di spegnersi a Cagliari il 19 febbraio 2012, quasi centenario. La sua eredità non è fatta solo di pietre millenarie restituite al sole, ma di una riappropriazione identitaria che ha permesso a un intero popolo di specchiarsi finalmente nella propria grandezza monumentale.