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Esistono monumenti che sfidano i millenni, restando immobili custodi della storia. Altri, invece, finiscono per soccombere al progresso, frammentandosi in un destino paradossale. È il caso della Tomba di Giganti di “Su Cantaru”, un tesoro archeologico di Noragugume che oggi vive un’esistenza sospesa, divisa in due luoghi differenti e situata a coordinate geografiche distinte.
Tutto ebbe inizio durante i lavori di realizzazione della Strada Provinciale 33, l’arteria che collega Borore a Ottana. Il tracciato, purtroppo, incrociò il sito originario della tomba nella località “Su Cantaru”, decretandone la demolizione. Grazie alla sensibilità del Comune di Noragugume, gran parte dei blocchi lapidei fu recuperata, evitando che il monumento finisse disperso nel nulla.
Tuttavia, il salvataggio non ha restituito l’integrità all’opera: i resti della struttura sono stati infatti separati, creando un paradosso architettonico che dura ancora oggi. Attualmente, chi volesse ammirare ciò che resta della Tomba di “Su Cantaru” deve intraprendere un itinerario urbano.
Il corpo principale, una serie di parti della struttura, si trova oggi nei giardini pubblici situati nei pressi del cimitero comunale; mentre l’anima architettonica, il pezzo più prezioso — il concio a dentelli con l’arco monolitico, elemento che costituiva la parte absidale della tomba — è stato invece collocato come arredo urbano alla fine di via Vergine d’Itria, nella rotonda che segna l’inizio della strada verso Sedilo.
La particolarità di questo sito non risiede dunque solo nella sua antichità, ma nella sua attuale condizione di “monumento diviso”. Vedere l’arco monolitico, un tempo apice di una sacra sepoltura, isolato tra il traffico di una rotonda, solleva riflessioni profonde sul valore che diamo alla nostra identità storica.
Riunire le parti della Tomba di “Su Cantaru” in un unico sito museale o in un’area dedicata non sarebbe solo un’operazione di restauro archeologico, ma un atto dovuto per rispetto della memoria e del patrimonio nuragico. Restituire unità a queste pietre significherebbe, finalmente, ricucire una ferita aperta nel paesaggio e nella storia di Noragugume. Tutti gli scatti sono di Denise Diana.