Gli insulti possono lacerare la pelle più dei colpi proibiti su un ring. Lo sanno bene i ragazzi dell’istituto Scano-Bacaredda, che nell’aula magna di via Grandi a Cagliari si sono ritrovati faccia a faccia con il dolore di chi è sopravvissuto al bullismo e con il rigore di chi lo combatte nelle aule di tribunale. L’incontro “Diamoci del Tu”, voluto dalla dirigente Mirian Sebastiana Etzo e organizzato dai referenti per il cyberbullismo, ha trasformato una mattinata di scuola in una lezione di vita e di diritto.
Il silenzio è diventato assordante quando ha preso la parola Natascia Curreli, 29 anni, di Sedilo. La sua colpa, agli occhi dei branchi di bulli incontrati a scuola, era solo il suo peso. «Per anni mi hanno bersagliata con insulti pesanti: scrofa, balena, mongolfiera», ha raccontato Natascia con una forza che ha commosso la platea. «Dalle parole sono passati ai fatti: mi mettevano le gomme da masticare tra i capelli e una volta, alla fermata dell’autobus, mi hanno lanciato un ramo in faccia causandomi una ferita».
Oggi Natascia ha trasformato quella sofferenza in una missione: «Dopo anni di silenzio ho parlato con la mia famiglia e sono stata meglio. Ancora oggi ricevo offese sui social, ma ho trovato la forza di reagire e ora racconto la mia storia per aiutare chi vive lo stesso inferno».
Al suo fianco, Gino Emanuele Melis, avvocato del Foro di Cagliari e campione nazionale di Karate, ha tradotto il dolore in termini giuridici. Per Melis, il bullismo non è “una ragazzata”, ma un insieme di condotte penalmente perseguibili che coinvolgono non solo i ragazzi, ma anche la responsabilità civile dei genitori (culpa in educando) e della scuola (culpa in vigilando).
«Il bullismo è un cancro sociale», ha ammonito Melis. «Facciamo prevenzione perché devono essere aiutati tutti: le vittime, per non soccombere, e i bulli, per capire l’errore prima che sia troppo tardi. In tribunale ho visto ragazzi rovinarsi la vita per atti di violenza gratuita o minacce di morte».
I numeri presentati durante il dibattito dal professor Gian Luigi Pittau delineano uno scenario inquietante: 60% degli studenti dichiara di aver assistito ad atti di bullismo o cyberbullismo e 1 su 3 ne è vittima diretta. Per i maschi tra i 13 e i 15 anni, il bullismo è la seconda minaccia più temuta dopo la droga, superando persino la paura delle violenze sessuali.
«La violenza tra pari è una realtà quotidiana per la Generazione Z», ha spiegato Pittau, sottolineando come il fenomeno si sia inasprito dopo la pandemia e si stia spostando dai social alle strade del centro di Cagliari, tra via Manno e i luoghi del sabato sera, dove operano vere e proprie “piccole gang”. L’appello finale lanciato agli studenti è stato quello di rompere il muro dell’omertà. Perché, come dimostra la storia di Natascia, la parola è l’unica arma capace di disinnescare la violenza e restituire dignità a chi l’ha perduta.

