Una sforbiciata netta che ridisegna i confini occupazionali di uno dei simboli della rivoluzione digitale italiana. Tiscali ha ufficialmente avviato una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 180 dipendenti su un totale di 729. La manovra, inserita nel più ampio piano di riorganizzazione della controllante Tessellis, si basa sul criterio della non opposizione, ma i numeri delineano un quadro di profonda crisi strutturale.
Il sacrificio più pesante viene richiesto alla sede storica di Cagliari, a Sa Illetta. Qui si prevedono 81 esuberi distribuiti tra 62 impiegati, 8 quadri e 11 giornalisti. Proprio la componente editoriale rappresenta il nodo più doloroso: il piano prevede infatti la chiusura completa della redazione giornalistica, segnando la fine di un’esperienza ventennale che ha integrato l’informazione nei servizi di connettività del provider.
Non meno drammatica è la situazione a Taranto, dove la decisione aziendale colpisce l’intera forza lavoro locale con l’uscita di tutti i 73 impiegati. Tagli minori, ma comunque significativi, interessano le sedi di Roma con 13 esuberi e Bari con 12, mentre Milano registra un solo addio.
L’operazione è figlia di una trasformazione radicale del modello di business. Il progetto prevede l’affitto del ramo d’azienda B2c (Business to Consumer) alla società Canarbino Spa, finalizzato a una successiva cessione che dovrebbe valorizzare i marchi Tiscali e Linkem. Parallelamente, il consiglio di amministrazione ha attivato la procedura di composizione negoziata della crisi, un passaggio tecnico necessario per gestire il debito e tentare il rilancio sotto nuove forme societarie.
Tuttavia, il percorso appare tutto fuorché in discesa. Il Tribunale di Cagliari dovrà esprimersi sulla richiesta di procedura negoziata, un verdetto da cui dipenderanno i tempi e le modalità dell’operazione con Canarbino.
Il clima tra i corridoi di Sa Illetta è teso. L’Associazione della Stampa sarda e il Comitato di redazione di Tiscali Notizie hanno espresso sconcerto per una gestione che definiscono discriminatoria. Secondo i rappresentanti dei lavoratori, l’azienda starebbe utilizzando due pesi e due misure a seconda del contratto applicato.
Mentre per i dipendenti del settore TLC (Telecomunicazioni) si è cercato un approccio meno traumatico attraverso incentivi all’esodo, per i giornalisti il destino sembra già scritto. I sindacati denunciano come, dopo 25 anni di attività e l’accettazione di contratti di solidarietà molto pesanti (con tagli superiori al 55%), ai professionisti dell’informazione venga ora presentato il benservito senza reali alternative.
Alle giornaliste e ai giornalisti che hanno svolto il loro lavoro con dedizione, oggi si vorrebbe dare il benservito senza alcuna remora, negando loro la stessa dignità riconosciuta agli altri dipendenti.
Il confronto con le organizzazioni sindacali resta l’ultimo baluardo per definire quali garanzie resteranno per chi non rientra nei tagli e per cercare di mitigare l’impatto sociale di una ristrutturazione che, per molti, assomiglia a un definitivo smantellamento.

