Uno sguardo distratto potrebbe confonderlo con un lembo di mare cristallino spinto nell’entroterra, ma la realtà è molto più affascinante. Dopo una settimana di piogge torrenziali che hanno sferzato il sud Sardegna, Su Stani Saliu (lo “stagno salato”) è tornato a mostrarsi in tutta la sua maestosa pienezza. Un evento non scontato per quello che è considerato uno degli ambienti naturali più aridi e delicati dell’Isola, capace di passare in pochi mesi dal deserto di fango a un’oasi brulicante di vita.
Situato nel territorio di Serdiana, in località Santa Maria di Sibiola, il bacino poggia su un terreno argilloso che risale al Miocene (circa 23 milioni di anni fa). È proprio questa particolare composizione geologica, ricca di sali minerali, a conferire alle acque le loro proprietà uniche e quella tipica colorazione rosata che caratterizza lo specchio d’acqua nei periodi di massima attività biologica.
Nonostante l’estrema salinità, lo stagno è un laboratorio di vita. Nelle sue acque prosperano forme di nanoplancton come le Cloroficce e le Diatomee, organismi microscopici capaci di resistere a condizioni che sarebbero letali per altre specie. È un ecosistema resiliente: anche quando la siccità sembra cancellarlo, basta il ritorno delle piogge perché l’equilibrio biologico si rigeneri come per magia.
A coronare la rinascita dello stagno è arrivata la macchia rosa dei fenicotteri. Gli eleganti volatili hanno scelto Su Stani Saliu come tappa per una sosta, offrendo ai visitatori uno spettacolo naturale di rara emozione. Il rosa dei piumaggi si fonde con i riflessi dell’acqua, creando un contrasto cromatico perfetto con il verde della campagna circostante.
Il valore del sito non è solo naturalistico. A pochi passi dalle rive dello stagno si erge la chiesa di Santa Maria di Sibiola, autentico capolavoro del romanico in Sardegna. L’ecosistema regala un’immagine simbolo della Sardegna interna: un luogo dove la storia geologica, la biodiversità e l’architettura medievale si fondono in un unico, fragilissimo, gioiello.

