Nel cuore del complesso carsico di Punta Giglio, ad Alghero, si cela una delle cavità marine più straordinarie del Mediterraneo: la Grotta dei Cervi. Nonostante la Sardegna sia nota per il suo labirinto di grotte costiere, questo sito si distingue per un valore scientifico e paleontologico che lo rende unico al mondo. Ce lo spiega il paleontologo Daniel Zoboli.
A) Ubicazione della grotta; B) il deposito a mammiferi pleistocenici della (foto di Marco Busdraghi, 2007); C) cranio con mandibole in connessione anatomica di cervo megacero (Praemegaceros cazioti) inglobato nella calcite (foto M. Busdraghi, 2008)
La vera peculiarità della Grotta dei Cervi non risiede solo nella sua morfologia, ma nel prezioso tesoro che custodisce al suo interno: un ricchissimo deposito di ossa fossili di mammiferi risalenti al tardo Pleistocene. In un’epoca in cui il livello del mare era molto più basso dell’attuale, la grotta era una cavità terrestre facilmente accessibile, diventando nel tempo un luogo di rifugio o una trappola naturale per la fauna locale.
Il reperto più importante ospitato tra le pareti calcaree della grotta è il cervo megacero (Praemegaceros cazioti). Si tratta di una specie endemica ormai estinta, caratteristica della Sardegna e della Corsica durante il Pleistocene. Questo cervide rappresentava un perfetto esempio di adattamento all’isolamento insulare: le sue ossa, cementate nelle concrezioni o adagiate sul fondo, offrono ai paleontologi una “fotografia” nitida della biodiversità dell’isola migliaia di anni fa.
Oggi, con l’innalzamento del livello dei mari avvenuto dopo l’ultima glaciazione, la grotta è accessibile principalmente via mare, rendendola una meta d’elezione per la ricerca subacquea e il monitoraggio ambientale. La Grotta dei Cervi rimane un simbolo della Punta Giglio meno nota: non solo un paradiso di macchia mediterranea e falesie a picco, ma un vero e proprio archivio biologico che continua a raccontare la storia evolutiva della Sardegna preistorica.

