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In Sardegna la povertà è strutturale. Quasi 4 famiglie su 10 faticano ad arrivare a fine mese

poverta

Non è più un’emergenza passeggera, ma un tratto distintivo e preoccupante del tessuto sociale sardo. Oggi, giovedì 5 marzo, le ACLI della Sardegna, insieme a IARES e all’Alleanza contro la Povertà, hanno scattato una fotografia nitida e impietosa della condizione economica nell’Isola. L’incontro “L’Italia delle Povertà – Focus sulla Sardegna” ha riunito istituzioni, sindacati e terzo settore per denunciare un paradosso: nonostante un lieve vantaggio rispetto ad altre regioni del Mezzogiorno, la Sardegna detiene alcuni dei primati negativi più pesanti a livello nazionale.

I dati esposti da Vania Statzu (IARES) rivelano un quadro di profonda insicurezza. Sebbene la povertà relativa in Sardegna (17%) sia inferiore rispetto a Campania o Calabria, resta comunque molto più alta della media nazionale (11%).

Tuttavia, sono gli indicatori sulla percezione della qualità della vita a preoccupare maggiormente:

Fine mese: Il 36,2% delle famiglie sarde dichiara di arrivare a fine mese con grande difficoltà (quasi il doppio del dato nazionale, fermo al 18,2%).
Risparmio: 6 famiglie su 10 non riescono a mettere da parte nulla.
Emergenza economica: Il 54% dei sardi non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista. È il dato peggiore d’Italia.

Il dibattito ha evidenziato come le misure attuali, pur importanti, rischino di essere frammentate. Ecco una sintesi delle visioni emerse:

1. Politiche integrate e non “assistenzialismo”
Mauro Carta (ACLI) ha ricordato come la legge regionale sul REIS sia nata da un lavoro collegiale, sottolineando che la povertà non è una colpa individuale ma una sfida comunitaria. Sulla stessa linea Antonello Caria, che ha chiesto di superare la frammentazione: spesso un cittadino è beneficiario di più progetti che non comunicano tra loro, disperdendo risorse.

2. Il fenomeno dei “Working Poor”
Remo Siza e Andrea Pianu (Forum Terzo Settore) hanno acceso i riflettori su un mutamento epocale: la povertà oggi colpisce per il 50% persone che hanno un lavoro ma salari troppo bassi per coprire affitti e costo della vita. “Il sociale non è bontà d’animo, ma regolamentazione del mercato e dei servizi”, ha ribadito Siza.

3. Salute mentale e “vergogna” di chiedere aiuto
Dalla Caritas (Don Marco Statzu) e dall’Ordine degli Assistenti Sociali (Laura Pinna) è arrivato un grido d’allarme sulle ferite invisibili. La povertà porta con sé smarrimento e problemi psicologici; dopo la pandemia, molte persone provano vergogna a rivolgersi ai servizi pubblici, finendo in circuiti pericolosi o nell’isolamento totale.

4. Istruzione e futuro
Camilla Soru (Commissione Lavoro) ha evidenziato il legame tra abbandono scolastico e povertà: la Sardegna ha la percentuale più alta di cittadini senza diploma, un fattore che limita la capacità di immaginare e costruire un futuro diverso.

Particolarmente concreta la visione di Ugo Bressanello (Domus de Luna), che ha proposto di mettere a sistema le eccellenze del volontariato attraverso: un fondo comune regionale per la distribuzione degli aiuti, un software condiviso per mappare i bisogni in tempo reale e magazzini comuni per beni di prima necessità (cibo, vestiti, bombole).

Francesca Piras (Regione Sardegna) ha ammesso che spesso per la pubblica amministrazione è più semplice “erogare un assegno” che costruire un progetto di inclusione complesso, ma la sfida della nuova programmazione dovrà essere proprio questa: passare dal sussidio al percorso di vita.

Antonio Russo (Portavoce nazionale Alleanza) ha concluso ricordando che con 6 milioni di poveri assoluti in Italia, il tema deve tornare prepotentemente nell’agenda politica: “Non bastano le ACLI o la Caritas, serve una visione nuova”.

 

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