Il dolore non è sempre un vicolo cieco; a volte è il carburante necessario per una metamorfosi profonda. Lo sa bene Manuele Derudas, 44 anni, di Porto Torres, che oggi cammina a testa alta in un corpo che finalmente sente suo. Ma per arrivare a questa serenità, Manuele ha dovuto attraversare un deserto di paure, affrontando un viaggio iniziato quando aveva solo 18 anni, in un’epoca in cui dare un nome alla propria identità era un’impresa ancora più solitaria.
Quella che doveva essere l’età della spensieratezza si è trasformata in un terremoto interiore quando Manuele ha scoperto di non essere chi il mondo si aspettava che fosse. Il crollo delle certezze è stato immediato: il terrore di non essere accettato e la piaga del giudizio altrui lo hanno trascinato in quello che lui definisce un vero e proprio “inferno”. In quegli anni, la battaglia si combatteva su due fronti: all’esterno, contro insulti, minacce e discriminazioni lavorative causate da documenti che non corrispondevano al suo volto; all’interno, contro una timidezza che era in realtà un guscio protettivo contro la vergogna.
La risalita è stata lenta ma inesorabile. Manuele ha sepolto l’insicurezza per far spazio a una determinazione d’acciaio. “La forza viene dal dolore”, spiega oggi con la fierezza di chi ha trasformato le cicatrici in medaglie. Questa trasformazione non è rimasta un fatto privato, ma è diventata una missione sociale. Oggi Manuele non è solo un uomo libero, ma un punto di riferimento per chi sta affrontando lo stesso percorso, come il giovane ragazzo con spettro autistico che sta seguendo nelle tappe della transizione, affinché nessuno debba più sentirsi solo come si sentì lui.
In questo cammino di rinascita, un ruolo fondamentale è stato giocato dagli affetti più cari. Sua madre è stata la “roccia” che ha sostenuto il peso del cambiamento, e oggi Manuele ricambia quell’amore prendendosi cura quotidianamente di lei e del padre. È il ritratto di un uomo completo, che ha saputo conciliare la lotta per l’identità con la profondità dei legami familiari.
